n. 7-9/2026 7 CLOSE-UP to da crescenti tensioni e restrizioni commerciali, a preoccupare il governo di Pechino non è soltanto la flessione degli investimenti interni, con particolare riguardo per la loro componente estera, ma – ha spiegato il vice direttore del Corriere della Sera – anche la contrazione dei consumi delle famiglie, come indicato dalla variazione negativa registrata lo scorso mese di maggio. Le difficoltà, insieme strutturali e congiunturali, che stanno frenando la corsa del ‘gigante cinese’ non devono trarre in inganno. La Repubblica Popolare rappresenta ancora oggi per i Paesi occidentali un concorrente agguerrito e aggressivo, potendo peraltro sfruttare sui mercati esteri un vantaggio competitivo formidabile: quello di poter operare, a differenza delle aziende occidentali, senza margini o con margini molto ridotti. Gli incentivi all’internazionalizzazione previsti dal governo centrale o dai governi locali permettono infatti alle imprese cinesi di operare in perdita – il deficit viene colmato con le risorse previste sussidi pubblici – e di guadagnare posizioni oligopolistiche, se non addirittura monopolistiche nei mercati target. A soffrire la concorrenza cinese sono in special modo i Paesi manifatturieri europei. Messo sotto pressione dall’aggressività commerciale cinese (oltre che dalle politiche tariffarie dell’amministrazione statunitense), il ‘vecchio continente’, che ha perso il vantaggio competitivo dato dalle produzioni di alta tecnologia, non ha molte opzioni strategiche per rispondere alle sfide che vengono da Oriente. Non lo è di certo la prospettiva di uno scontro diretto, come dimostra l’esperienza degli Stati Uniti, che la loro guerra commerciale con la Cina l’hanno sostanzialmente persa. Scartato lo scenario di una contrapposizione aperta, rispetto alla mance of its economy, which, as Federico Fubini emphasized, is showing signs of slowing. In a climate of growing tensions and trade restrictions, Beijing's government is concerned not only about the decline in domestic investment, particularly foreign investment, but also - as the deputy editor of Corriere della Sera explained - the decrease in household consumption, as evidenced by the decline reported this past May. The difficulties, both structural and cyclical, that are slowing the progress of the 'Chinese giant' should not, however, be misleading. The People's Republic still represents a fierce and aggressive competitor for Western countries, while also being able to make the most of a formidable competitive advantage in foreign markets: that of being able to operate with no or very low margins, unlike Western companies. Internationalization incentives provided by the central or local governments allow Chinese companies to operate at a loss – the deficit is covered with resources provided by government subsidies – and to gain oligopolistic, if not monopolistic, positions in target markets. European manufacturing countries are especially suffering from Chinese competition. Under pressure from China's aggressive trade (as well as the US administration's tariff policies), the 'old continent', which has lost the competitive advantage afforded by high-tech production, does not have many strategic options to respond to the challenges coming from the East. Any potential direct clash is certainly not desirable, as demonstrated by the experience of the United States, which essentially lost its trade war with China. Having ruled out the possibility of an open confrontation, in which
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