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La distanza tra i filari nel vigneto: quando la qualità è questione di spazio

La densità di impianto in un vigneto rappresenta uno degli elementi più importanti per l'ottenimento di produzioni qualitativamente elevate. La normativa sulle emissioni applicata ai trattori stretti rischia di produrre modificazioni nei sesti di impianto con danno per la qualità delle produzioni

di Paolino Buttaci
maggio - giugno 2015 | Back

Un buon calice di vino nasce dalla terra, dal sole che la riscalda, dal lavoro che l’uomo svolge tra le vigne e dalle sue scelte, in campo e in cantina. Agronomo ed enologo sono chiamati a  determinare il destino di un vino. È ormai opinione diffusa, tra gli operatori del settore, che il vino di qualità si realizza in vigna; in cantina bisogna stare attenti a lavorare correttamente quell’uva che l’ambiente ha selezionato e che la buona tecnica agronomica ha prodotto. È quindi l’uva correttamente prodotta e raccolta che ha già in sé tutte le potenzialità del vino di qualità che le tecniche di vinificazione e di affinamento devono poter far emergere. Qualità e caratteristiche del prodotto si pianificano in campo a partire dalla scelta dei terreni e dell’impianto del vigneto. In questo contesto la pratica agronomica deve essere in grado di esaltare il “terroir”, cioè tutti quei favorevoli fattori ambientali (condizioni microclimatiche, pedologiche, ecc) che una determinata zona presenta per l’ottenimento di un prodotto di alta qualità.

Tra i quesiti cui l’agronomo è chiamato a rispondere nella realizzazione di un vigneto spiccano l’utilizzo di determinati portinnesti e la scelta varietale, l’idonea sistemazione del terreno, la corretta disposizione delle piante nello spazio, ovvero densità d’impianto, forma di allevamento e sistema di potatura, ed un’adeguata tecnica colturale; questi elementi concorrono al raggiungimento di quell’equilibrio fisiologico, unanimemente riconosciuto come la chiave di volta di una produzione d’alta qualità e di una gestione agronomica del vigneto economicamente vantaggiosa.

La scelta della densità di impianto rappresenta un punto cruciale di queste decisioni; essa, oltre ad essere influenzata dalla vigoria del portinnesto, è subordinata alla fertilità del terreno ed alla presenza o meno di acqua irrigua. Nel trovare il giusto compromesso tra questi fattori, si dovrà fare in modo che, a sviluppo completato, le piante non competano e non siano eccessivamente spaziate tra loro. Alla base della pratica dell’infittimento della densità di impianto vi sono diversi fattori di natura prettamente fisiologica; l’obiettivo è quello di ottenere un ideale equilibrio vegeto-produttivo in tutto il vigneto. Ad una distanza, tra una pianta e la successiva, compresa tra 0,50-0,60 e 1 metro, si instaura un rapporto di competizione tra gli apparati radicali, il quale obbliga le radici ad e­splorare il terreno verso il basso piuttosto che lateralmente, questo ne aumenta la resistenza allo stress idrico e migliora l’interazione tra vite e suolo, esaltando così gli effetti del “terroir” legati alla matrice rocciosa, ma non solo; la competizione tra gli apparati radicali causa un basso livello di vigoria della vegetazione, questo si traduce in un contenimento del numero di gemme per ceppo, una maggiore uniformità di sviluppo dei germogli e quindi la contemporaneità nella maturazione delle uve, nonché l’anticipo nel raggiungimento della piena produzione del vigneto e l’aumento della sua longevità. Infine per i motivi citati, l’elevata densità di impianto porta anche ad una minore produzione di uva per ceppo e di dimensione contenuta,  ma di qualità superiore, in quanto un tempestivo rallentamento e arresto dell’attività vegetativa nella fase precedente l’invaiatura (fase fenologica della maturazione dei frutti, in corrispondenza della quale avviene il viraggio di colore dell’epicarpo) va a vantaggio dell’accumulo di zuccheri e composti nobili nei grappoli e, di riflesso, maggiore gradazione alcolica, struttura e colore nel vino.

La scelta della densità di impianto si pone dunque come punto fondamentale nell’ottenimento di produzioni qualitativamente elevate, ma con questo parametro ci si riferisce a due variabili combinate: la distanza sulla fila e la distanza tra le file. La prima può facilmente rispondere agli accorgimenti agronomici dei quali si è trattato fin ora, la seconda deve assecondare necessità di tipo tecnico-operativo. Se si escludono infatti i fenomeni di ombreggiamento reciproci tra le viti dei filari contigui, facilmente evitabili prestando attenzione al giusto rapporto distanza - altezza  della parete fogliare, lo spazio tra i filari, in un’ipotetica forma di allevamento, quale quella a spalliera (Guyot)  è condizionato dalla larghezza dei macchinari, dalla distanza di sicurezza tra questi e le piante  e dallo spessore medio della parete fogliare.

Da questa considerazione si percepisce quanto importante sia il ruolo che l’industria meccanica esercita in questo campo. È infatti l’evoluzione delle macchine operatrici a guidare gli importanti cambiamenti in atto nella viticoltura e nel paesaggio viticolo italiano, dove le forme di allevamento tradizionali stanno lasciando spazio a nuovi sistemi di impianto e a forme di allevamento più razionali che rendono più agevole la meccanizzazione delle operazioni colturali. L’evoluzione non ha interessato solo le attrezzature specifiche per l’esecuzione dei lavori (ad es. spollonatrici, cimatrici, defogliatrici), ma anche le trattrici che le azionano. La trasformazione delle trattrici ha riguardato da una parte lo sviluppo di macchine di notevoli dimensioni, scavallanti i filari, porta-attrezzi e polivalenti, ovvero in grado di effettuare diversi lavori, dalla cimatura alla vendemmia, ideali per superfici estese e sesti d’impianto molto fitti; dall’altra trattrici di dimensioni ridotte, soprattutto in larghezza, per poter operare in spazi ristretti, più adatte per piccole-medie superfici, le quali costituiscono il maggior numero delle aziende agricole presenti sul territorio nazionale. A questo punto, considerando il fatto che da un punto di vista economico sono pochi i viticoltori che possono affrontare l’importante investimento di una macchina scavallante, è facile intuire la necessità di macchine che possano lavorare con agilità tra i filari, la cui reciproca distanza è funzione dell’ingombro della trattrice.

La larghezza media tra i filari si dovrà attestare tra 1,60 e 2 metri; tali distanze annullano i fenomeni di competizione radicale dei quali si è parlato, per cui la possibilità di restringere le distanze tra i filari avrà positive ripercussioni sulla quantità di uva prodotta per ettaro, piuttosto che sulla qualità, che si correla invece con la distanza sulla fila.

Meccanizzazione delle attività colturali e qualità delle produzioni rappresentano dunque il presente e il futuro di una viticoltura “vincente”, che possa essere competitiva sui mercati europei ed extracontinentali; gli indirizzi di politica agricola comune (PAC) incentivano questa strada: nell’ambito dell’organizzazione comune di mercato (OCM) del settore vitivinicolo, oggi inglobata nell’OCM Unica per il settore agricolo (Reg. n. 1234/2007), è previsto un premio per la “ristrutturazione dei vigneti” (articolo 11 del regolamento (CE) n. 479/08 del Consiglio e dagli articoli 6, 7, 8 e 9 del regolamento (CE) n. 555/08 della Commissione); tale premio, già presente nella vecchia OCM vino (Reg. CE 1493/99) è stato riproposto dalla Commissione nell’ambito delle misure di sostegno a carattere strutturale.

Viene demandato agli assessorati regionali delle attività a­gricole l’onere di stilare i bandi e di individua­re i parametri spe­cifici, per i quali assegnare un punteggio, al fine di stilare le graduatorie di assegnazione dei premi, ma il Regolamento fornisce le linee guida: “i viticoltori in regola con la normativa comunitaria possono ristrutturare i vigneti esistenti per predisporli alla meccanizzazione e per ottenere un miglioramento qualitativo delle produzioni”, la Regione Veneto, qui riportata a titolo di esempio, ma molte altre sono le regioni che hanno agito allo stesso modo, individua tra i possibili strumenti anche la “trasformazione di un vigneto dalla forma di allevamento esistente in una più idonea alla produzione di qualità e l’eventuale infittimento nel filare e tra le file” (Piano regionale di ristrutturazione e di riconversione dei vigneti; Regione Veneto - 2011).

Si riconosce pertanto una valenza qualitativa all’infittimento degli impianti e si elargiscono aiuti affinché i viticoltori diminuiscano le distanze tra le piante, sia sulla fila che tra i filari: ciò si pone in netta contrapposizione con le conseguenze che il regolamento emissioni Non Road Mobile Machinery potrebbe implicare sull’ingombro delle trattrici per vigneto, le cui dimensioni, e in particolar modo la larghezza, potrebbero aumentare a seguito dell’inserimento del dispositivo per il post-trattamento dei gas combusti. Si assisterebbe ad un inaudito controsenso: da una parte l’UE elargisce fondi affinché vengano diminuite le distanze tra i filari, dall’altra nega agli stessi viticoltori la possibilità di poter disporre di macchine delle dimensioni corrette per poter agilmente muoversi tra quelle viti, che la stessa Europa ha contribuito a disporre in campo.

L’auspicio è che la Commissione Europea conceda ai costruttori di trattori “stretti” per vigneto un rinvio dei termini di applicazione della normativa poiché li costringerebbe ad aumentare non solo le dimensioni ma anche i prezzi dei macchinari; alla luce degli indirizzi forniti dalla PAC, non sarebbe corretto, ne tantomeno economicamente sostenibile, chiedere ai viticoltori di applicare delle modifiche alle densità di impianto nei loro vigneti, si finirebbe per ottenere una doppia sconfitta: gli agricoltori manterrebbero i macchinari obsoleti ma delle giuste dimensioni nel proprio parco macchine e di conseguenza ci si allontanerebbe dallo scopo che la normativa motori si prefigge: un abbattimento delle emissioni inquinanti.

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