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Anno 2020 Numero 6

Ambiente
giugno 2020

Dissesto idrogeologico in Sardegna, un tema complesso

La regione è fra quelle maggiormente esposte al rischio geologico, e dispone potenzialmente di buone risorse economiche per realizzare gli interventi, ma la ripartizione delle competenze fra i vari enti e i meccanismi di assegnazione dei fondi e avvio dei cantieri frenano la realizzazione delle opere. Riflessi anche sul fronte della meccanizzazione, giacché il mancato avvio dei cantieri frena lo sviluppo della domanda di mezzi e attrezzature specifici

L’8% di tutto il territorio italiano, ovvero 24 mila chilometri quadrati, è a rischio frane. E delle oltre 620 mila frane censite dall’Ispra, Istituto superiore per la protezione dell’ambiente, un terzo sono particolarmente pericolose e mettono a rischio anche la vita delle persone. Sono meno prevedibili, invece, le alluvioni. Ma l’Ispra rivela dove causerebbero i danni maggiori: anche in questo caso, nell’8% del territorio italiano. Il piano per eliminare questi rischi, o almeno ridurli fortemente, esiste da anni, se non decenni; ma sembra che si trovino tempo e risorse finanziarie quasi solo per le emergenze.

In un suo rapporto, Legambiente aveva calcolato che la Protezione Civile aveva speso 1,1 miliardi di euro per le emergenze che si erano verificate in tutt’Italia tra l’alluvione di Messina del 2009 e quella di Olbia del 2013. La cifra, che è di per sé significativa, arriva a essere definita da Legambiente “una follia” perché con meno della metà si sarebbero potuti fare in anticipo dei lavori di prevenzione che avrebbero evitato i disastri.

Il paradosso, quindi, sembra essere che i soldi per intervenire sul territorio ci sono ma non si riesce a spenderli o, in molti casi, li si spende in modo poco efficace; ovvero eliminando solo temporaneamente un problema che, magari, dopo qualche anno si ripresenta più grave della volta precedente. La complessità del sistema produce inefficienze nella realizzazione delle opere, e danni anche per i settori collegati, primo fra tutti quello della meccanica agricola e forestale. Le opere di sistemazione territoriale e di prevenzione rispetto ai rischi ambientali necessitano infatti di un vasto parco macchine, composto in parte da mezzi tipici del movimento terra, come le pale meccaniche o le terne, in parte dai mezzi agricoli, vedi le trattrici con tutta la gamma delle attrezzature portate e trainate che possono svolgere le varie lavorazioni o i sollevatori telescopici, in parte dal settore forestale, con tutta la rosa dei mezzi specializzati nella gestione del bosco e delle biomasse legnose, fino alle attrezzature per la pulizia degli argini e dei fossi. Se si potesse realizzare un censimento del fabbisogno di meccanizzazione per gli interventi contro il rischio ambientale, i numeri sarebbero rilevanti, ma è proprio il sistema di erogazione dei fondi e di avvio dei cantieri che preclude lo sviluppo di questo segmento del mercato.    

Mondo Macchina si è già occupata di questo argomento (n° 7-9 del 2016) e adesso torna ad affrontarlo in modo più approfondito. Indagando, stavolta, la situazione di singole regioni d’Italia, per dare una fotografia più dettagliata di come il problema del dissesto idrogeologico viene gestito in ogni realtà locale.

La prima regione presa in esame è la Sardegna, dove anche nel recente passato frane e alluvioni hanno provocato perfino dei lutti. Ed è il caso di Olbia, dove per evitare che si possa ripetere il disastro del 2013, quando un’alluvione provocò ben 18 vittime, un progetto aspetta di essere realizzato già da sei anni.

Ma è bene andare con ordine. La seconda isola più grande d’Italia è al 7° posto, tra tutte le regioni, sia per la superficie a rischio frane che per quella a rischio alluvioni.

La sua disponibilità finanziaria per gli interventi di prevenzione, grazie ai fondi europei, è di circa 500 milioni complessivi. Ma potranno realmente essere finanziati solo i progetti in grado di essere assegnati entro il 31 dicembre del prossimo anno. I soldi destinati a lavori che non partiranno entro quella data, saranno persi. E se nel frattempo si verificherà qualcuno degli eventi che gli studi considerano un rischio reale, si dovrà intervenire d’urgenza spendendo, magari, più di quanto si sarebbe speso per evitarlo.

Eppure, gli strumenti per invertire la tendenza e investire sulla prevenzione, anziché rincorrere le emergenze, ci sono. Il censimento dell’Ispra si limita a fare una foto delle aree a rischio, ma dal 2006 viene anche redatto il Pai, Piano di assetto idrogeologico, che individua gli interventi necessari; ovvero, cosa fare per prevenire le possibili frane o alluvioni. Dal punto di vista finanziario, esistono i fondi che arrivano dall’Unione Europea, con il fondo sociale europeo, e che vengono assegnati alle varie regioni dal ministero dell’Ambiente tramite Proteggi Italia, la struttura che ha preso il posto di ItaliaSicura, il cui scopo è di coordinare i vari interventi finanziari destinati al dissesto idrogeologico. Le Regioni, poi gestiscono i fondi ricevuti tramite un commissario al dissesto idrogeologico, che è lo stesso Presidente della giunta regionale.

Una volta stabilito quali sono le priorità, gli interventi da realizzare vengono presi in carico dalle autorità di distretto. Queste avviano le procedure che prevedono, come prima cosa, di redigere i progetti e sottoporli al vaglio di autorità e organizzazioni che in quelle porzioni di territorio sono coinvolte: Comuni, Genio civile, assessorato regionale all’ambiente ed altri ancora, come ad esempio le comunità montane. È a quel punto che si può indire una gara d’appalto e assegnare i lavori alle ditte che dovranno poi realizzare le opere.

Nonostante le modifiche legislative degli ultimi anni, i tempi sono rimasti talmente lunghi che in molti casi i finanziamenti vengono revocati perché scadono i termini.

Nel caso della Sardegna, c’è il rischio che più della metà dei 500 milioni di euro disponibili possano finire col tornare indietro, cioè nelle casse dell’Ue e dello Stato italiano, perché molti cantieri non riusciranno a partire entro il prossimo anno.

Anche a Olbia, dove già nel 2014, appena un anno dopo la tragedia provocata dal ciclone Cleopatra, furono decisi gli interventi necessari, le cose non sono messe benissimo. L’amministrazione comunale eletta negli ultimi anni ha proposto un progetto diverso da quello approvato in precedenza. Questo progetto alternativo dovrà essere sottoposto, a sua volta, alla “verifica di impatto ambientale” e, se il giudizio non sarà favorevole, dovrà ripercorrere il lungo iter burocratico al quale era stato già sottoposto il precedente. Se arriverà un giudizio positivo, invece, sarà possibile far partire i cantieri prima che i 151 milioni stanziati riprendano la via di Roma e di Bruxelles.

Altro cantiere prossimo ad aprire è quello di Capoterra, alle porte di Cagliari, che subì i danni di un’alluvione ancora prima di Olbia, nel 2008. Qui è stato realizzato e collaudato, direttamente dalla Regione Sardegna, un primo importante lotto di interventi, ultimato nel 2018, del costo complessivo di circa 11 milioni di euro finanziato con fondi europei. A questo primo intervento se ne aggiungono altri due: un secondo lotto che il Commissario ha delegato ad Anas, per 18 milioni circa, e un terzo lotto a regìa Regionale per 15 milioni circa. Questi interventi sono ormai prossimi all’inizio dei lavori. Il ritardo, in questo caso, è dovuto all’emergenza Covid-19, che ha costretto al lockdown anche le imprese edili. Tra l’altro, una delle appaltanti è di Bergamo, ovvero la città italiana che ha vissuto questa pandemia nel modo più drammatico.

Ci sono poi circa 100 milioni da spendere per intervenire sui cosiddetti canali tombati. Ovvero, corsi d’acqua che in passato sono stati ricoperti e si trovano oggi sotto una strada, sotto delle abitazioni o, comunque, all’interno dei centri abitati. C’è sempre il pericolo che, in caso di un aumento della portata idrica, la copertura esploda, con conseguenze catastrofiche. In questi casi, vanno eliminate le coperture e in qualche caso deviati i corsi d’acqua, almeno parzialmente.

Tutti questi interventi rientrano nelle attività di prevenzione, che rappresentano la voce più importante degli stanziamenti programmati. Naturalmente, in qualsiasi momento si verifichi un’alluvione o una frana, le autorità sono costrette a intervenire d’urgenza, reperendo i soldi necessari che non erano in budget. Gli interventi programmati, invece, procedono tanto lentamente da far cancellare i finanziamenti perché è stata superata la data di scadenza.

Ma il budget della Regione dedica una terza voce al dissesto idrogeologico. Oltre a soccorso (le urgenze dopo un disastro) e mitigazione (le opere di prevenzione), c’è anche la manutenzione. E si tratta di 8 milioni di euro all’anno che vengono gestiti direttamente dagli enti locali per la manutenzione di quel che viene definito reticolo idrografico, cioè l’insieme di canali, corsi d’acqua e bacini idrografici collegati tra loro.

E sembra che, in questo caso, le procedure siano più rapide e gli interventi puntuali. Peccato che siano troppo pochi, se si pensa che vanno poi divisi per 377 Comuni.

Ma quali sono gli ostacoli che impediscono di realizzare la prevenzione ed evitare, quindi, i disastri provocati dagli eventi naturali? In che modo il legislatore ha tentato di snellire le procedure e perché queste modifiche giuridiche sembrano non funzionare?

Il punto risolutivo avrebbe potuto essere l’istituzione della figura di un commissario per ogni Regione. Una figura che avesse i poteri per superare alcuni dei passaggi più ingarbugliati dell’iter burocratico. In fondo, è con un commissario che si è potuto realizzare in tempi record il nuovo ponte di Genova.

A Cagliari, però, fanno notare che i poteri del commissario al dissesto idrogeologico non sono così ampi come nel caso di Genova. Basti pensare, per esempio, che per la sola ricostruzione del ponte Morandi disponeva di una struttura con 19 persone oltre a un dirigente, mentre in Sardegna il Commissario gestisce quasi 150 interventi con solo 11 unità.

«Il codice degli appalti, che dovrebbe impedire le infiltrazioni della malavita nei lavori pubblici, finisce con l’impedire semplicemente di svolgere le opere» dice il presidente delle imprese edili della Sardegna (Ance), Pierpaolo Tilocca «perché complica talmente la burocrazia che ci troviamo in tutt’Italia con ben 49 miliardi di euro non spesi. E 21 di questi non sono stati nemmeno allocati!».

Tilocca cita un caso emblematico di come i lavori pubblici hanno un ruolo essenziale per l’economia locale: la superstrada che collega Sassari ad Alghero e che «in realtà arriva a Olbia. Si tratta di una strada che mette in comunicazione tre porti (Porto Torres, Olbia e Golfo Aranci) e due aeroporti (Alghero e Olbia) che valgono il 70% di tutto ciò che entra ed esce dalla Sardegna».

Il suo completamento è a rischio, e così i 134 milioni già stanziati, per una serie di richieste di modifiche che potrebbero fare slittare i lavori a dopo la data limite del 31 dicembre 2021. L’ultimo a essersi opposto, in ordine di tempo, è il Ministero della Cultura.

«Io stesso con la mia impresa – aggiunge Tilocca – ho in corso dei lavori su alluvioni del 2004 con progetti approvati nel 2014 e mandati in gara già a dicembre di quell’anno. Non abbiamo ancora potuto iniziare perché nell’unico periodo dell’anno in cui le condizioni meteo ci consentono di lavorare, la gallina prataiola nidifica proprio nella zona dei cantieri. Sia chiaro che le ragioni ambientali sono sacrosante, anche perché l’ambiente è il vero patrimonio di cui disponiamo soprattutto nella nostra isola. Ma siamo arrivati al punto che nella mia azienda, insieme a ingegneri e geologi ho dovuto ingaggiare anche un ornitologo!».

Gli ambientalisti, in realtà, fanno il tifo perché i lavori di prevenzione vengano fatti al più presto possibile. Lo conferma Andrea Minutolo, che come responsabile scientifico di Legambiente conosce le crisi e segue gli interventi realizzati in tutt’Italia.

«La novità più significativa, a livello normativo, negli ultimi anni è stata probabilmente la decisione di assegnare ai presidenti di Regione l’incarico di commissario al dissesto – spiega a Mondo Macchina – che però è una scelta rischiosa. Perché quella che dovrebbe essere una figura operativa, in grado di agire rapidamente e con una visione d’insieme spesso sovraregionale, finisce con il fare i conti con la figura del politico, per sua natura limitato alla durata del suo mandato elettorale, e limitatamente al proprio territorio di governo. Sarebbe stato meglio potenziare e strutturare meglio le Autorità di Distretto che, avendo una visione d’insieme di tutto il territorio che un fiume percorre, potrebbe intervenire in maniera più organica, tecnica e corretta».


Interventi sul territorio: il ruolo dell’agricoltura

Tra i protagonisti della prevenzione sul territorio ci sono anche le aziende agricole e zootecniche. Alla Sardegna erano destinati, per il settennato che si conclude alla fine del prossimo anno, circa 300 milioni di euro provenienti dall’Ue.

«Gli stanziamenti derivano dal PSR, piano di sviluppo rurale, che viene presentato da ciascuna Regione – spiega Tore Pala, che con la sua azienda si occupa sia di allevamenti che di agricoltura e che ha un passato di amministratore nel suo Comune, Isili, dove è stato anche sindaco – e prevedono misure molto diverse che vanno dal benessere degli animali al pagamento compensativo per le zone soggette a vincoli naturali significativi. Ma vengono finanziati anche interventi che le aziende effettuano sul territorio e che sono vitali per la tenuta del terreno».

Si tratta di interventi come lo spietramento o la canalizzazione idraulica. Interventi costosi, dice Pala, perché in caso contrario le acque potrebbero ristagnare e provocare veri e propri disastri.

«Il più delle volte si tratta di mettere riparo a danni provocati dall’uomo» aggiunge «come il disboscamento di interi costoni che hanno magari il 40% di pendenza. La presenza dell’uomo e degli animali migliora il contesto ambientale, quando gli interventi sono finalizzati all’equilibrio e non devastanti».

di Giampiero Moncada

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