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Anno 2021 Numero 1 - 2

Tecnica
gennaio - febbraio 2021

Macchine per la minima lavorazione del terreno

L’industria della meccanica agricola offre soluzioni efficaci per realizzare interventi di minima lavorazione. Questa tecnica colturale consente di ridurre gli stress sul terreno e di preservarne la sostanza organica, con vantaggi nel tempo in termini di economicità e sostenibilità delle lavorazioni

Grazie all’esperienza sul campo in atto ormai da diversi anni, le performance delle macchine per la minima lavorazione del terreno hanno raggiunto ottimi livelli.

La minima lavorazione si differenzia da quella tradizionale (ovvero aratura + erpicatura) per la mancanza di rovesciamento dell’orizzonte superficiale del suolo, con una serie di conseguenze positive sui tempi di lavoro, il consumo di gasolio e la mineralizzazione della sostanza organica, perché sottopone il terreno ad un minor affinamento e lascia in superficie più residui colturali.

La miglior scelta delle attrezzature per la minima lavorazione dipende anche dalla tessitura del terreno e da un’adeguata gestione delle stoppie o degli stocchi, che in questo caso non vengono interrati. Non solo, ma la successiva gestione colturale deve tenere conto della presenza di residui nei primi centimetri di terreno e della necessità di gestire le infestanti diversamente dalle tecniche tradizionali. Dal punto di vista meccanico, è necessario ricorrere a macchine dotate di organi di lavoro (ancore, dischi, rulli, molle) adatti per gestire opportunamente i residui, in grado di dissodare il terreno in un’unica passata. La miglior combinazione di questi utensili permette la miscelazione superficiale dei residui colturali (quindi una concentrazione maggiore della sostanza organica nel primo orizzonte), una riduzione delle perdite di suolo per erosione, una minor polverizzazione, un minor compattamento e un minor consumo di gasolio per unità di superficie.

Il principale svantaggio della minima lavorazione è la richiesta di potenza specifica (ovvero i kW per metro di larghezza di lavoro), che è solitamente piuttosto elevata, in funzione delle caratteristiche del terreno lavorato. Le macchine impiegate devono infatti tipicamente lavorare a velocità elevate (7-15 km/h), e per assicurare una buona qualità di lavorazione devono avere una massa ragguardevole, essendo composte da molti elementi, tipicamente 2-3 ranghi con 10-20 molle chisel ognuno oppure 6-15 ancore, combinati con 40-100 dischi, per finire con un rullo compattatore, per larghezze di lavoro che vanno da 3-4 sino a 6-7 metri. I modelli con un limitato numero di dischi (e un rullo non eccessivamente massiccio) possono essere accoppiati a trattori da 140-280 Cv (100-200 kW circa), mentre per i modelli più grandi sono necessari trattori al top della gamma oggi disponibile, anche da 400 Cv (300 kW) e oltre.

 

Gli organi lavoranti: le ancore

La disposizione e la sequenza dei singoli utensili non è casuale, anzi; un’attenta osservazione delle azioni dei singoli elementi ne determina un posizionamento specifico lungo la direzione di avanzamento. Comunemente, sul coltivatore i primi utensili che svolgono un iniziale dissodamento del terreno sono le ancore, seguite da più ranghi di dischi (di varia forma, dimensione e inclinazione), seguiti infine da un rullo compattatore.

Per i terreni più tenaci e complessi da lavorare, la soluzione più indicata è quella di un coltivatore strutturato su più file di dischi ondulati, accoppiate a una o più file di denti flessibili o molle chisel bilama. Tale soluzione esercita un’efficace azione dirompente, che ben si presta a sostituire il lavoro di un classico erpice rotante. L’adozione di ancore è parimenti molto indicata in questi casi. La conformazione delle ancore influenza sicuramente l’azione sul terreno, perché dissoda la parte più superficiale in modo più energico rispetto agli altri utensili. Si tratta di una soluzione che permette un’efficace gestione dei residui colturali, soprattutto se accoppiata ad una o più serie di dischi e un rullo posteriore di tipo tagliente.

 

I dischi

In un ambito di agricoltura conservativa, i dischi sono elementi chiave delle attrezzature per la lavorazione del terreno, sia come organi lavoranti principali che come elementi di supporto.

Infatti, rispetto ai dischi degli erpici, quelli montati sui coltivatori hanno un minor ingombro trasversale, perché (ovviamente, a parità di elementi) sono disposti su due o più ranghi alternati, con un definito angolo di inclinazione, determinato dal supporto di collegamento alla macchina. Ogni disco è infatti collegato tramite un supporto rigido o elastico. Quest’ultima soluzione è quella preferita nella minima lavorazione, perché oltre a consentire una maggiore indipendenza nel movimento, il collegamento elastico amplifica la tipica azione dell’utensile rispetto al residuo colturale e all’impatto con sassi e pietre, conglobandoli nello strato superficiale, scongiurando problemi di intasamento nella successiva semina.

I dischi sono disposti su uno o più ranghi con orientamento contrapposto; ciascun disco ruota su un mozzo a tenuta stagna e relativo cuscinetto, in modo indipendente; tutti gli elementi vengono poi collegati al telaio per mezzo di tamponi in gomma, che ammortizzano e assorbono le sollecitazioni derivanti dal movimento nel suolo.

I dischi possono anche essere piatti, con un effetto tagliente parallelo all’avanzamento, oppure convessi. La diversa convessità e l’inclinazione del disco ne incrementano l’azione dirompente sul terreno.

Sugli erpici convenzionali, i dischi sono comunemente dotati di un profilo liscio, mentre nella minima lavorazione la scelta più frequente converge sui dischi dentati, perché esercita un’azione di maggior sminuzzamento dei residui colturali.

 

Le molle chisel e i rulli

Successivamente, un rango di molle rinforzate tipo chisel (che movimentano i residui), seguite da un rullo posteriore, completano il rimescolamento superficiale del residuo. In generale, lo scopo del rullo è quello di pareggiare e assestare il profilo del terreno, per facilitare la semina successiva. I rulli più diffusi sono quelli a gabbia, che conferiscono un profilo ordinato al letto di semina, i rulli packer taglienti o gommati, che compattano il terreno e frantumano ulteriormente i residui colturali, e i rulli a molle, per un ultimo intervento di aggressione sui residui.

Il rullo Actipack di Kverneland monta una serie di dischi tra i quali sono montati dei coltelli regolabili, per un’ottimale frantumazione delle zolle in terreni difficili e pesanti. Per terreni più sciolti è viceversa proposto l’Actiring, dotato di anelli in acciaio, che riducono il peso dell’organo di lavoro e quindi dell’intera macchina, permettendo l’accoppiamento con trattori di media potenza.

 

L’“effetto rastrello”

Nella minima lavorazione è importante scongiurare il cosiddetto “effetto rastrello”, ovvero il trascinamento dei residui colturali, che causa un rapido intasamento della macchina. Pertanto, la distanza tra un’ancora e quella adiacente del medesimo rango deve essere piuttosto ampia, auspicabilmente non meno di 70-80 cm. Ciò è vantaggioso nei modelli a più ranghi sfalsati, in modo che il residuo che passa può essere intercettato dall’utensile del rango successivo. Analogamente, anche la luce libera tra il terreno e il telaio della macchina è un parametro da valutare con attenzione, sempre per evitare intasamenti e trascinamenti.


I vantaggi della minima lavorazione

 

Riduzione del consumo di suolo (ovvero limitazione dell’erosione e, più gravemente, della desertificazione), aumento del contenuto di sostanza organica, diminuzione dell’impermeabilizzazione del suolo e del compattamento, mantenimento della biodiversità, ecc... Sono molti i vantaggi conseguibili con l’adozione della minima lavorazione.

Più in generale, un approccio conservativo nelle lavorazioni del terreno evita l’inversione degli strati, determinando cambiamenti molto limitati della naturale composizione e della struttura del suolo, favorisce l‘infiltrazione dell’acqua e la conservazione dell‘umidità, contrasta l’erosione e contribuisce a migliorare la qualità delle acque.

In aggiunta, una ridotta lavorazione del terreno comporta benefici in termini di impatto ambientale, grazie a ridotte emissioni di CO2, sia per i minori passaggi sul suolo dei mezzi agricoli, sia per la possibilità di non emettere parte della CO2 in seguito alla mineralizzazione della sostanza organica determinata dall’inversione degli strati prodotta dall’aratura. Inoltre, un numero inferiore di passaggi comporta anche un minore compattamento del terreno.

In diversi studi è stato dimostrato che l’impatto negativo sull’erosione e sulla fertilità del terreno è molto minore quando si opera con tecniche di minima lavorazione, tra l’altro con costi operativi più contenuti rispetto alle tecniche di lavorazione tradizionali.

di Daniela Lovarelli

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