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Anno 2017 Numero 10

Tecnica
ottobre 2017

Tecnologie meccaniche per la conservazione del foraggio

La collocazione del foraggio nel silos è un'operazione apparentemente semplice, ma che deve essere eseguita tenendo ben presente alcuni accorgimenti, meglio se impiegando attrezzature dedicate, al fine di assicurare la miglior conservazione del prodotto

La conservazione dei foraggi si basa sostanzialmente su due tecniche, diametralmente opposte come obiettivo: quella tradizionale, ovvero la fienagione, prevede che il materiale venga essiccato ad un tasso di umidità tale da evitare la sua degradazione ad opera di batteri e muffe. Si tratta della soluzione che viene adottata per molti altri prodotti edibili, destinati anche per il consumo umano, come ad esempio la granella dei cereali. Viceversa, da diversi decenni si è fatta prepotentemente strada l’alternativa dell’insilamento, dove il prodotto (al 32-35% di sostanza secca, se si tratta di mais) viene compattato in cumuli (o anche balle) e poi segregato rispetto all’ambiente esterno, in modo che l’ossigeno intrappolato nella massa venga velocemente consumato ad opera dei batteri aerobi presenti, e che si crei pertanto un ambiente anaerobico, che stabilizza il tutto per un’idonea conservazione, della durata anche di diversi mesi. In particolare, questa seconda opzione è stata affinata per il mais trinciato, ed ha avuto un ulteriore impulso in questi ultimi anni, per l’impiego del silomais come ingrediente base della massa destinata a digestione anaerobica negli impianti per la produzione di biogas.

 

I sili a trincea

A partire dai sili cilindrici verticali (il cosiddetto “silo cremasco”, con tutte le sue successive evoluzioni), i contenitori degli insilati si sono rapidamente evoluti in strutture più semplici di tipo orizzontale, a platea, a fossa o a trincea. Questi ultimi sono di gran lunga i più diffusi in Italia, e prevedono una platea in calcestruzzo, completata da due pareti laterali di contenimento e generalmente da una parete di fondo, in elementi di cemento prefabbricato. In tal modo, si crea un cumulo di forma prismatica, debitamente dotato di una copertura in materiale plastico (zavorrata con pneumatici, pietre, ghiaia, ecc.), il cui colmo è arcuato in modo da favorire lo sgrondo delle acque meteoriche.

 

Il riempimento del silo

A prescindere dalla qualità di partenza del trinciato di mais (può essere utile rompere preventivamente la granella, per favorire la fuoriuscita dei succhi cellulari, e quindi la partenza delle opportune fermentazioni), la collocazione del trinciato nel silo costituisce senza dubbio un’operazione chiave per l’ottimale conservazione del materiale vegetale, essendo sostanzialmente finalizzata a riempire adeguatamente il volume disponibile (senza indesiderati “vuoti”), espellendo al contempo dalla massa quanta più aria (ovvero ossigeno) possibile. Tale risultato, a prima vista facile da ottenere, deve invece tenere attentamente conto di alcuni importanti accorgimenti (vedi box).

 

Le macchine per la realizzazione del cumulo

è del tutto evidente che in questo caso il fattore chiave è il peso, per cui si dovranno impiegare mezzi semoventi di elevata potenza e quindi di notevole massa, dotati di dispositivi per lo spostamento e la sistemazione di grandi quantità di prodotto. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si usano allo scopo solo i trattori agricoli, ma anche sollevatori telescopici, escavatori e persino mezzi cingolati pensati per altri usi (ad esempio il cosiddetto “gatto delle nevi”), che percorrono ripetutamente la sommità del silo, spostando il trinciato e conferendo quindi la conformazione voluta al cumulo, compattando al contempo il tutto.  In ogni caso, le motrici devono essere equipaggiate con attrezzature atte a trasportare/spostare il trinciato. Si tratta di robuste pale o lame a sviluppo verticale concavo nel senso dell’avanzamento, simili alle lame sgombraneve, dato che l’operazione di movimentazione da compiere è del tutto analoga. Prova ne sia che diversi costruttori di lame spazzaneve offrono al contempo anche queste attrezzature, spesso dotate delle medesime funzionalità. Le pale per trinciato sono di solito collegate all’attacco a 3 punti del sollevatore. Pur essendo disponibili modelli posteriori, è indubbio che la combinazione più efficiente è l’accoppiamento al sollevatore anteriore, che permette una miglior visibilità nell’esecuzione della lavorazione. La larghezza di lavoro e la stazza sono notevoli, fino a 4 m e più, con massa anche oltre i 1000 kg; per i modelli più grandi sono previste delle ali laterali pieghevoli idraulicamente, per contenere con maggior efficacia la massa di prodotto da spostare. Le ali sono poi anche completamente ripiegabili, per rientrare in sagoma nei trasporti su strada pubblica. Qualche modello offre inoltre la possibilità di inclinare lateralmente l’intera pala, in modo da facilitare la collocazione del materiale nei bordi del silo. La pale sono generalmente dotate di ruotini (di tipo pneumatico, in gomma piena oppure cilindriche in acciaio piene o cave) per l’appoggio sul materiale da spostare/compattare. Per una più alta resistenza all’usura, la parte inferiore della lama è talvolta realizzata in Hardox, mentre per assicurare un’adeguata visibilità sul fronte di prodotto da parte dell’operatore superiormente è sempre presente una griglia (o una superficie a sviluppo non continuo).


La conservazione del silomais

Si distinguono generalmente 4 fasi:

1. fase iniziale aerobica: inizia alla trinciatura e continua durante la preparazione del cumulo. L’aria residua intrappolata nella massa provoca la crescita di microorganismi aerobi, che consumano ossigeno e zuccheri e producono anidride carbonica e calore (facendo aumentare la temperatura della massa);

2. fase fermentativa principale: a carico dei carboidrati, che provoca una riduzione del pH (da un valore iniziale di 6 fino a meno di 4);

3. fase di stabilizzazione anaerobica: le fermentazioni cessano per assenza di ossigeno nella massa, con contestuale sviluppo di microflora anaerobica;

4. fase di consumo: il silo viene aperto sul suo fronte, facendo penetrare aria. L’ossigeno stimola i microrganismi aerobi, in particolare lieviti, batteri acetici e muffe.

Pertanto, il caricamento del silo deve essere il più rapido possibile, anche se è molto importante porre attenzione alla densità di compattamento della massa vegetale, che può variare da poco più di 100 fino a quasi 400 kg/m³ di sostanza secca (s.s.). Come logico, più il cumulo è compatto e minori saranno le perdite in s.s.: esiste un rapporto di proporzionalità inversa tra la densità del cumulo e le perdite di s.s., specie durante i primi 6 mesi di conservazione. In pratica, se la densità aumenta ad esempio da 160 a 320 kg/m³, le perdite di s.s. di dimezzano.

Un altro aspetto importante è l’intensità del consumo giornaliero di insilato, ovvero la velocità di avanzamento del fronte di prelievo dalla trincea, che dovrebbe attestarsi intorno a 1,5-2,0 m la settimana. Ciò implica, a monte, un’attenta progettazione delle dimensioni del silo, in relazione al fabbisogno della mandria.

In ogni caso, il parametro saliente risulta essere la massa volumica finale del trinciato: se si tratta di mais, per materiale con contenuto in s.s di 220-230 kg/m³ i valori tipici vanno da 650 a 700 kg/m³ circa. Per un corretto compattamento si devono selezionare ovviamente i mezzi più idonei, ma anche seguire una corretta dinamica dell’operazione, ovvero porre particolare attenzione alla formazione dello strato di base del silo, e soprattutto provvedere a compattare strati successivi non più spessi di 10-15 cm ciascuno, per evitare un’eccessiva elasticità del cumulo, che porterebbe ad un’indesiderata incorporazione di aria.


Compattamento accurato

Un’appropriata collocazione del materiale nel silo, il peso proprio del trattore (o di un’altra motrice impiegata per questo scopo) accoppiato ad una robusta lama, e i ripetuti passaggi sono normalmente sufficienti per realizzare normalmente la forma e il grado di compattamento desiderati del cumulo di trinciato. è possibile però operare con efficacia ancora maggiore, tramite altre attrezzature espressamente pensate per questa funzione.

La tedesca Reck GmbH propone Jumbo II, uno spargitore particolarmente pensato per l’insilato d’erba; è in pratica un grosso rullo di robusta lamiera da un metro circa di diametro rotante in senso inverso all’avanzamento. Il Jumbo II ha larghezza variabile tra 2,25 e 3,10 m a seconda dei modelli, ed è dotato di 56 o 58 palette evolventi saldate sulla superficie esterna, per direzionare il prodotto. Per orientare meglio la massa di trinciato da stoccare, il rullo può inoltre essere ruotato trasversalmente su entrambi i lati di 20°.

Specialmente nei Paesi anglosassoni sono piuttosto diffusi degli specifici compattatori a dischi pieni, da accoppiare al trattore anteriormente oppure posteriormente. I pesanti dischi, del diametro di 50-60 cm, ruotano folli su un robusto perno, supportato da un telaio che si fissa all’attacco a 3 punti.

L’inglese Kelvin Cave Ltd offre il Silapactor, che si articola su una gamma di modelli di diversa larghezza, da 2 fino a 4 m circa, con una massa logicamente notevole, variabile tra 2500 e 6000 kg.

Grazie agli specifici utensili, al peso aggiuntivo dell’attrezzatura e alla larghezza di lavoro (decisamente superiore a quella degli pneumatici della motrice), il costruttore afferma che è possibile ottenere incrementi nell’efficienza di compattamento del 25-40%, con un numero di passaggi inferiore fino a 3 volte rispetto al sistema tradizionale effettuato con le sole gomme del trattore, risparmiando in tal modo tempo di lavoro, gasolio e usura della macchine.

di Domenico Pessina

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