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Tecnica

Le frantumasassi macchine potenti per terreni "coriacei"

Utilizzate per lo più nella forestazione, le macchine frantumasassi stanno trovando diffusione anche in agricoltura. In quelle zone dove è necessario pulire a fondo i terreni e renderli coltivabili, è possibile intervenire in tre modi differenti: asportando le pietre oltre una certa dimensione, oppure interrandole sotto lo strato lavorato, o ancora frantumandole. La richiesta di potenza dipende dalla composizione del materiale da frantumare, dalla profondità di lavoro e dalla velocità di avanzamento

di Davide Facchinetti – Di.S.A.A. Università di Milano
Gennaio 2014 | Back

Di frequente impiego nell’ambito forestale e nella costruzione di strade, le macchine frantumasassi sono di spiccato interesse anche in agricoltura, in particolare dove è necessario rendere coltivabili zone con massiccia presenza di scheletro. Si tratta quindi di una lavorazione praticata specialmente in Puglia e in Sicilia, dove è piuttosto facile riscontrare tali tipi di terreno. E’ allora possibile intervenire in tre modi differenti: asportando le pietre oltre una certa dimensione, oppure interrandole sotto lo strato lavorato, o ancora frantumandole. In alcune situazioni l’asportazione potrebbe risultare alquanto complicata, perché creerebbe una notevole variazione (in difetto) del profilo del suolo e anche lo smaltimento del materiale risulterebbe piuttosto oneroso. Dal punto di vista agronomico e per quanto riguarda le necessità energetiche, le tre soluzioni sono peraltro nettamente differenti tra loro: le frantumasassi sono certamente le macchine più energivore, essendo in effetti in grado di sminuzzare anche molto finemente sassi e pietre di dimensioni considerevoli, fino a 50 cm di diametro. La richiesta di potenza dipende dalla composizione del materiale da frantumare, dalla profondità di lavoro e dalla velocità di avanzamento. Per profondità tra 20 e 40 cm, queste macchine richiedono da 90 a 130 CV per metro di larghezza di lavoro, e tipicamente operano con velocità comprese tra 0,15 e 3 km/h. Sono numerosi i costruttori nazionali che propongono validi macchinari: si possono citare, ad esempio, FAE GROUP, Officine Rinaldi, Pezzolato, Valentini, Kirpy. La struttura delle frantumasassi è estremamente robusta, e perciò queste sollecitano in modo considerevole il trattore a cui vengono collegate. Data la loro massa, è bene che i trattori a cui vengono accoppiate siano dotati di sollevatori posteriori di ottime prestazioni; inoltre, per le velocità di avanzamento molto basse, tra 150 e 700 m/h, se lo scheletro è preponderante rispetto al terreno, sono necessari cambi dotati di super-riduttori. La velocità può essere aumentata sino a 2-3 km/h quando invece si verifica la situazione opposta, cioè è il terreno ad avere un volume maggiore rispetto allo scheletro. E’ proficuo anche l’accoppiamento con trattori dotati di trasmissioni a variazione continua, poiché l’elettronica a bordo ottimizza la velocità rispetto alle differenti condizioni di campo, con un conseguente miglioramento della produttività. Le frantumasassi sono tipicamente portate all’attacco a tre punti e derivano il moto dal codolo terminale della pdp attraverso un albero cardanico, generosamente dimensionato e necessariamente provvisto di un dispositivo di protezione contro i sovraccarichi.

Gli organi lavoranti

Un robusto rotore, mosso di norma tramite una o più pulegge collegate ad alberi di rinvio e per il tramite di robuste cinghie dentate posizionate su uno o su entrambi i lati, agisce trasversalmente alla direzione di marcia. E’ dotato di utensili frantumatori di differenti dimensioni, fogge e grado di durezza del materiale. In alcuni casi si tratta di martelli, simili a quelli delle trinciatrici ma molto più robusti, fissati al rotore in modo rigido oppure incernierati. Le zone che vengono in contatto con le pietre hanno profilo rettangolare con gli angoli smussati, e sono in Hardox oppure altri tipi di acciaio molto pregiato, come quello al carburo di tungsteno. Per i terreni più tenaci si adottano organi lavoranti “a dente” a profilo piatto o appuntito, ma per impieghi limite sono montati anche denti fissi e appuntiti con terminali diamantati. In tal modo la macchina può operare addirittura sulla roccia piena, anche se è necessario in tal caso mettere in conto un’usura accelerata, prevedere una riduzione della velocità di avanzamento e un cospicuo aumento della richiesta energetica.

Il carter e la trasmissione del moto

A completare l’opera dell’organo lavorante provvede una camera di frantumazione, sovente costituita da una robusta cofanatura che lo contiene, dotata anch’essa di un rivestimento in materiale antiusura. La posizione di questo carter può essere regolata idraulicamente: facendo variare la sua distanza rispetto agli organi lavoranti è possibile aumentare o diminuire il tempo di frantumazione, determinando in modo conseguente la dimensione del materiale sminuzzato. La scatola di rinvio riceve il moto dalla pdp e lo trasmette perpendicolarmente a due alberi contrapposti, cui sono collegate le pulegge collocate agli estremi del rotore. Può essere configurata con diversi rapporti di trasmissione, adatti di volta in volta  alle esigenze della lavorazione: pur adottando il regime standardizzato veloce della pdp a 1000 giri/min, tenendo conto delle notevoli coppie da trasferire è comunque necessaria una notevole robustezza, con un rapporto di trasmissione di circa 2:1. Per garantire un’adeguata durata e contenere la rumorosità di funzionamento, la cassa esterna è di solito in ghisa sferoidale, e contiene una coppia conica spiroidale a taglio Gleason carbocementata; i cuscinetti sono a rulli conici, in grado di sopportare notevoli carichi assiali, mentre la lubrificazione è a carica permanente con olio sintetico. Gli alberi sono in acciaio al carbonio, dimensionati per resistere a carichi gravosi e soprattutto ad elevati picchi di coppia resistente.

Attenzione al terreno risultante

Dal punto di vista agronomico, l’aumento della frazione fine dello scheletro comporta una diminuzione percentuale della sostanza organica e un aumento del pH, specie se il materiale frantumato ha origine calcarea. Al riguardo, oltre all’opportunità di apportare immediatamente notevoli quantità di sostanza organica, è bene attendere almeno uno/due anni prima della messa a coltura del suolo bonificato, ad esempio, per l’impianto di nuovi vigneti o frutteti, dando al terreno il tempo necessario per ristabilire il corretto equilibrio idrico e organico, con la formazione di acidi umici. E’ buona prassi eseguire la frantumazione soprattutto nei mesi estivi, sia perché è più semplice lavorare con terreno asciutto, sia soprattutto perché le successive arature e le piogge autunnali favoriranno il rimescolamento delle sostanze nel terreno.

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