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Bioeconomia

Carbon farming: come l'agricoltura può controllare il clima

Il suolo è il principale serbatoio terrestre di carbonio e le buone pratiche agricole consentono di sottrarre grandi quantità di gas climalteranti dall’atmosfera. Per centrare la neutralità climatica attesa per il 2050, l’Europa punta a premiare il carbon farming con il meccanismo volontario dei crediti di carbonio

di Matteo Monni
febbraio 2026 | Back

E' risaputo che l’Europa – a seguito della COP 21 di Parigi (2015) – ha intrapreso con il Green Deal (2019) un complesso e articolato percorso verso la decarbonizzazione delle attività antropiche, nella speranza di raggiungere nel 2050 la così detta neutralità climatica, ovvero l’azzeramento delle emissioni di gas climalteranti – ed emissioni negative a seguire – come strumento per contrastare il fenomeno del riscaldamento globale.

In tale ottica nel 2021 la Commissione Europea ha predisposto, come tappa intermedia, il “Pacchetto Fit for 55” ovvero un insieme di proposte legislative tese alla riduzione di almeno il 55% delle emissioni di gas a effetto serra – stimate per un quantitativo di 225 milioni di tonnellate – entro il 2030.

A tal fine sono stati definiti i settori chiave su cui intervenire con norme stringenti e incentivi, questi sono: trasporti, edilizia, industria e – ultime, ma non meno importanti – agricoltura e foreste. 

Infatti, per questa sfida il ruolo giocato dal settore primario è di enorme importanza, visto che il suolo è il principale serbatoio terrestre di carbonio, contenendone ingenti quantitativi stimati in circa 1500 Petagrammi (1.500 miliardi di tonnellate), un valore che corrisponde al doppio di quello atmosferico e al triplo di tutto quello contenuto nelle biomasse. Quindi la cura del suolo, tra i tanti servizi ecosistemici che genera, ha ricadute concrete anche sul controllo del clima. Basti solo pensare che un rilascio del 10% del carbonio organico del suolo (SOC) è comparabile a tutte le emissioni antropogeniche di CO2 producibili nell’arco di 30 anni.

Per queste ragioni parlare di “carbon farming” o carboniocoltura assume oggi un enorme significato strategico sotto innumerevoli punti di vista che si allineano – potenziandone ulteriormente l’efficacia – agli ecoschemi previsti dalla Politica Agricola Comune (PAC) 2023-2027.

In tale ottica il regolamento (UE) 2024/3012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 novembre 2024, è oggi il principale riferimento normativo che “istituisce un quadro volontario di certificazione dell'Unione per la rimozione permanente del carbonio, l'agricoltura a basse emissioni di carbonio e lo stoccaggio del carbonio nei prodotti”. Tale misura mira a stimolare gli investimenti, sia in tecnologie innovative di rimozione del carbonio sia in soluzioni sostenibili di carbon farming, affrontando al contempo il greenwashing e contribuendo così all'obiettivo di neutralità climatica dell'Unione.

Va chiarito che il “carbon farming” non si può considerare come una singola pratica, ma è piuttosto una strategia sistemica che mette insieme tecniche e prassi di gestione agricola e forestale volte a massimizzare la capacità del suolo e della biomassa vegetale di assorbire CO2 dall'atmosfera e stoccarla nel terreno. Per inciso, contenuti più alti di SOC riducono anche le emissioni di protossido d’azoto (N2O), un gas ad effetto serra circa 300 volte maggiore della CO2. Infatti, all’aumentare della SOC corrisponde un miglioramento della struttura del suolo per effetto di una maggiore porosità che a sua volta influenza positivamente l’attività microbica nei processi (nitrificazione e denitrificazione) con cui questi organismi processano l’azoto. Inoltre, suoli ricchi di SOC sono in grado di trattenere maggiormente l’acqua e così oltre a resistere a fenomeni di erosione, sono in grado di supportare meglio le colture in caso di annate siccitose fornendo una risorsa naturale ai cambiamenti climatici.

 

Le pratiche agronomiche

Per consentire la cattura del carbonio nei suoli gli interventi individuati dal regolamento sono:

- Riduzione delle lavorazioni (low-till o no-till): ricorso a pratiche conservative per mantenere la struttura del suolo evitando che il carbonio accumulato venga rilasciato nell'aria. La meccanizzazione agricola può fornire un importante supporto con le più moderne tecnologie connesse all’agricoltura di precisione.

- Colture di copertura (cover crops): oltre ad aumentare la sostanza organica, contengono sensibilmente processi di erosione del suolo.

- Gestione dei residui colturali: puntando a mantenere le biomasse residuali in campo.

- Agroforestazione: integrare alberi e arbusti nelle colture o nei pascoli, preservare e potenziare siepi e filari.

- Uso di ammendanti organici: impiego di effluenti zootecnici, digestato, compost o biochar per aumentare la materia organica di origine naturale rispetto alla chimica di sintesi.

- Impianto di nuove colture permanenti (frutteti, vigneti e oliveti) in cui sono svolte due o più attività agricole.

Visto che le menzionate pratiche possono contribuire ad aumentare lo stock di carbonio nei suoli – sempre in relazione alle possibili opzioni e loro combinazioni, tecniche adottate, caratteristiche pedoclimatiche e geografiche dei contesti, ecc. – occorre stabilire in che modo rendere tale cattura di carbonio quantificabile (misurabile, verificabile e riconosciuta) ai fini della neutralità climatica del 2050. Secondo il regolamento tutto questo va certificato fornendo: la descrizione riguardante l'applicazione dei criteri di “Qualità”; stime degli assorbimenti totali di carbonio, delle emissioni totali dal suolo e delle emissioni totali di gas a effetto serra associate all'attività e dei benefici netti generati.

 

I criteri di Qualità

Per una quantificazione e validazione del beneficio netto generato dalle buone pratiche attivate sono ritenuti necessari tre elementi, addizionalità, permanenza e sostenibilità.

Per addizionalità si intendono le ricadute positive che vanno ad incrementare quelle già stabilite per legge. Per garantire l’addizionalità occorre individuare uno scenario di partenza o baseline. Per il settore agricolo è prevista una baseline specifica per attività basata sul campionamento del suolo e analisi di laboratorio, oppure sull’impiego di modelli. Per il settore della silvicoltura si prevede uno scenario di riferimento standardizzato basato su diversi approcci: uso del Carbon Budget Model of the Canadian Forest Sector (CBM), impiego dei modelli di crescita delle foreste o l’utilizzo degli inventari forestali nazionali.

Per l’agroforestazione si sta prospettando una baseline standardizzata pari a zero in quanto in Europa le pratiche di agroforestazione sono, attualmente, poco diffuse e, pertanto, l’intenzione è quella di incoraggiare e premiare tali attività.

Con la permanenza si intende la durata di stoccaggio del carbonio in relazione all’attività intrapresa. Mentre si considera permanente lo stoccaggio connesso alla produzione di bioenergia o per le attività di cattura e stoccaggio diretto del carbonio nell'aria, si considera temporaneo – con un orizzonte di almeno 5 anni – quello riferito al carbon farming e si arriva ad almeno 35 anni per le attività concernenti lo stoccaggio di carbonio nei prodotti. In merito alla sostenibilità occorre garantire come obbligatori una serie di benefici collaterali come ad esempio la prevenzione del degrado del suolo o la protezione e il ripristino della biodiversità. Per il monitoraggio e la rendicontazione dei benefici collaterali non obbligatori, gli operatori possono utilizzare metodologie approvate sviluppate nell'ambito di altri schemi di certificazione.

Crediti di Carbonio

Per incentivare gli agricoltori a praticare il carbon farming è stato previsto il meccanismo dei crediti di carbonio che danno un valore economico alla CO2 atmosferica assorbita nel suolo inserendola in un vasto mercato che interessa, sia grandi imprese ad alta intensità di emissioni (obbligate), sia numerosi altri soggetti interessati per questioni etiche o di marketing (spontanei). Allo stato attuale tale incentivo non appare particolarmente stimolante, visto che alla complessità del sistema (monitoraggio degli assorbimenti, rendicontazione dei risultati, certificazione, ecc.) corrisponde un valore di mercato dei crediti contenuto. Infatti il prezzo un credito di carbono, che equivale ad 1 tonnellata di CO2 assorbita, è soggetto a variazioni nel tempo e si attesta intorno a poche decine (10 – 30) euro.

Un valore poco appetibile se l’agricoltore puntasse con questo a rientrare dei costi connessi all’adozione delle menzionate pratiche, soprattutto se la superficie aziendale in questione è di piccole dimensioni. Basti pensare che, secondo dati di letteratura, il potenziale di sequestro annuale di carbonio oscilla – in relazione ai possibili contesti – su valori compresi in un intervallo che va da 0,1 a 1 t/ha/anno di CO2.

Con il tempo, ci si aspetta che il sistema evolverà verso forme di certificazione semplificate e meno onerose per validare gli effetti del carbon farming e che il valore dei crediti crescerà.

Ad ogni modo, aumentare il contenuto di carbonio organico nel suolo resta un impegno di grande importanza, non solo per mitigare il cambiamento climatico o per guadagnare dalla vendita dei crediti di carbonio, ma soprattutto per potenziare la produttività e migliorare la qualità delle colture food e feed.

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