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Anno 2015 Numero 7-8-9

Bioenergia
Luglio - Agosto - Settembre 2015

Miscanthus, una coltura a destinazione energetica

Con un progetto sperimentale sulla coltura del Miscanthus il Gruppo d'Azione Locale Gran Sasso Velino ha definito un modello di filiera agroenergetica adatto alle aree pedemontane d'Abruzzo e replicabile su scala nazionale. Oltre alla produzione di biomassa destinabile ad uso energetico, il miscanto può svolgere un'azione importante di fito-estrazione di elementi inquinanti dai suoli agricoli

Pensare globalmente ed agire localmente è un presupposto valido per affrontare problemi complessi ed estesi attraverso il contributo di iniziative circoscritte.

Con questo spirito il Gruppo d’Azione Locale – Gran Sasso Velino (GAL GSV) ha attivato il “Progetto Miscanthus” – cofinanziato dal Programma di Sviluppo Rurale della Regione Abruzzo (fondi 2007-2013) – per risolvere due questioni prioritarie che riguardano l’agricoltura italiana e anche alcune specifiche realtà dei 65 Comuni ricadenti nel territorio del GAL Gran Sasso - Velino. Queste sono: Il fenomeno dell’abbandono delle aree rurali, in particolar modo quelle marginali, dovuto a problemi di ordine economico e strutturale del contesto locale; la presenza di elementi inquinanti nei suoli agricoli per l’uso intensivo di fertilizzanti e anticrittogamici.

In tale ottica il progetto, che si è concluso lo scorso giugno a due anni dall’avvio, ha consentito di svolgere un’attività di sperimentazione agricola su un fondo, localizzato nel Comune di Barisciano (AQ), dove è stata messa a coltura una varietà di Miscanto (pianta erbacea poliennale) in grado di operare un’azione di “phytoremediation” del terreno e produrre, con bassi input energetici, elevate quantità di biomassa ligno-cellulosica. 

Infatti, il Miscanthus x giganteus impiantato, grazie al suo apparato radicale molto sviluppato, può sequestrare dal suolo e conservare nelle radici, una serie di sostanze potenzialmente tossiche. Alcuni metalli pesanti (es.il cadmio), non solo vengono rimossi dal suolo, ma se presenti in basse concentrazioni favoriscono lo sviluppo della coltura. Grazie al rapido accrescimento, con elevata produzione di biomassa epigea, tale coltura risulta idonea per l’approvvigionamento di impianti di conversione energetica (combustione ed in prospettiva produzione di bioetanolo di seconda generazione).

La cattura e concentrazione di eventuali elementi tossici nelle radici, e l’utilizzo a scopo energetico della sola parte epigea della pianta, consente di escludere la possibilità di trasferimento di inquinanti in altri comparti ambientali. Inoltre, la traslocazione autunnale degli elementi nutritivi dall’apparato aereo ai rizomi (tipica delle colture rizomatose poliennali), riduce l’asportazione di azoto con la biomassa e quindi l’eventuale emissione di NOx se destinata alla combustione.

Per l’impianto della coltura sperimentale è stata selezionata un’azienda agricola (vedi box pag. 70) con requisiti essenziali, come: territorialità, localizzazione, estensione, indirizzo colturale principale, organizzazione, infrastrutture, parco macchine e attrezzature disponibili.

La sperimentazione è stata effettuata su un terreno della superficie di circa un ettaro caratterizzato da una macroparcella sperimentale più una parcella “testimone”, che – su scala ridotta – riproduceva pedissequamente le caratteristiche della prima. La macroparcella, al cui margine è stata collocata una stazione metereologica, è stata suddivisa in 4 sezioni uguali per dimensioni, ma con differenti sesti d’impianto (2, 4, 6, 8 piante per m2) al fine di valutare il variare della produzione di biomassa epigea in relazione alle differenti densità.

Una costante azione di monitoraggio sul campo ha consentito di raccogliere informazioni utili da diffondere, sia agli imprenditori agricoli, sia alle amministrazioni locali, per mostrare i benefici economici ed ambientali, che il diffondersi di questo tipo di coltura potrebbe recare al contesto territoriale del GAL. Un laboratorio accreditato ha svolto le analisi chimico-fisiche sui campioni di terreno (pre/post impianto) e della biomassa epigea a fine ciclo annuale, per fornire evidenze scientifiche circa la capacità di mitigazione e fitodepurazione dei contaminanti chimici presenti, oltre a dare indicazioni sulle caratteristiche intrinseche del materiale ligno-cellulosico per un possibile impiego come combustibile.

Il miscanto messo a coltura richiede cure non particolarmente impegnative per le quali è possibile fare ricorso a macchinari che costituiscono la normale dotazione delle aziende agricole locali. Una volta preparato il terreno (aratura, erpicatura e concimazione) e messi a dimora i rizomi (circa 30.000) è stata effettuata una sola irrigazione di soccorso nel mese di luglio. Al secondo anno invece si è registrata una forte presenza di specie infestanti (Echium vulgare, in particolare), il che ha reso necessari alcuni interventi di diserbo meccanico e chimico.

La diffusione della coltura del miscanto potrebbe generare un impulso positivo per il settore della meccanizzazione agricola nazionale favorendo il rilancio dell’economia e gli investimenti in molte aree marginali a rischio di abbandono.     

Come esito della sperimentazione si può asserire che l’introduzione del miscanto nelle aree agricole marginali abruzzesi, potrebbe presentare qualche difficoltà di adattamento per le peculiari condizioni pedoclimatiche, tuttavia – nel contesto studiato – si è riscontrata una buona capacità di accrescimento e produttività in terreni profondi, di matrice calcarea e con una discreta dotazione di elementi nutritivi. Per un buon insediamento colturale, in assenza di apporti idrici naturali, è opportuno intervenire sinergicamente con l’irrigazione nelle prime fasi di sviluppo colturale e successivamente mediante concimazioni a base di azoto in fase di levata. In queste realtà rurali, caratterizzate da una ricchezza di biodiversità, la gestione agronomica dovrebbe prevedere interventi a basso impatto ambientale (lavorazioni, concimazioni, trattamenti fitosanitari) e metodi di controllo integrati contro patogeni e infestanti. A tal fine, il sistema di gestione integrata delle malerbe post-emergenza (chimico + meccanico) si è rivelato uno strumento operativo utile ed efficiente, che ha significativamente ridotto sia la quantità di erbicida impiegato sia i rischi legati alla manipolazione del prodotto, nel rispetto dei principi contenuti nella buona pratica agricola.

Ponendo attenzione alle produzioni di biomassa epigea ottenute nei primi due anni di prove (si consideri che la coltura raggiunge maggiori produzioni dal terzo anno in poi) sono stati osservati valori interessanti per questo carattere nelle densità con un investimento unitario di 4 e 6 piante/m2, dove il numero di culmi per unità di superficie è risultato più elevato rispetto alle altre densità a confronto (vedi tabella). Ciò potrebbe significare che – in questo peculiare contesto –  la capacità di insediamento del Miscanto  sia sensibilmente influenzata dal numero e/o disposizione spaziale delle piante in campo, per cui una maggiore densità della coltura riesce a contenere bene i fenomeni di competizione con le infestanti. In merito alla capacità fitoestrattiva di inquinanti le analisi hanno mostrato un’elevata capacità di accumulo nella biomassa epigea di Rame, Piombo, Zinco e Mercurio rispetto alle concentrazioni riscontrate nel suolo.

In conclusione il Progetto “Miscanthus”, orientato al massimo coinvolgimento di soggetti operanti in Abruzzo, ha centrato in pieno i suoi obiettivi principali, attraverso lo studio di una coltura energetica con anche finalità fitoestrattive e fitodepurative. La coltivazione del miscanthus costituisce un’opportunità per valorizzare e rendere produttivi terreni a riposo o abbandonati, destinandoli – con poche risorse economiche – alla produzione di biomassa ad uso energetico. Si concretizza in questo modo un modello di sviluppo verso il concetto di multifunzionalità aziendale dell’agricoltura abruzzese, con produzioni non più legate alla sola alimentazione umana o animale, ma destinate a nuovi segmenti di mercato innovativi e promettenti. Il progetto ha quindi definito un caso di studio che potrà costituire un’esperienza facilmente replicabile in altre realtà, in considerazione dei punti di forza e di debolezza evidenziati dall’azione di monitoraggio svolta. Nel contesto abruzzese, dunque, il progetto Miscanthus si potrà adattare nelle tante aree pedemontane, dove per contrastare il fenomeno dell’abbandono è necessario stimolare iniziative che generino nuova occupazione, soprattutto tra i giovani aperti ad intraprendere nuove iniziative.

Per queste ragioni si è voluto dare un grande risalto alla divulgazione degli esiti del progetto attraverso pubblicazioni ed incontri con gli stakeholders a cui Itabia e FederUnacoma hanno fornito un valido contributo presentando in occasione di EIMA International 2014 i primi risultati dell’iniziativa progettuale e prevedendo per Agrilevante (Bari 15-18 ottobre) un momento di approfondimento alla luce degli esiti conclusivi. 

 

 

di Matteo Monni

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