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Tecnica

La semina diretta in combinata

Coltivazioni intensive e uso massivo dei concimi minerali depauperano la sostanza organica. La semina diretta, insieme alle pratiche di minima o non lavorazione, assicura una soddisfacente redditività delle produzioni

di Brando Mandelli e Tommaso Foglia
marzo - aprile 2026 | Back

La diminuzione di fertilità del terreno agrario, accentuata dal progressivo depauperamento della sostanza organica, impone agli agricoltori nuove sfide. È in questo scenario che la cosiddetta agricoltura conservativa (e ancor di più quella rigenerativa) si propone come soluzione ad alto potenziale per l’aumento della fertilità del suolo, per la riduzione dell’erosione e l’aumento delle rese. Caposaldo di questi obiettivi è l’adozione di modelli di gestione agronomica atti a minimizzare il disturbo del suolo, attraverso pratiche di ridotta, minima o addirittura non lavorazione.

La semina diretta. Definita in inglese “sod seeding” (ed erroneamente tradotta in italiano come “semina su sodo”), la semina diretta in combinata si differenzia da quella tradizionale perché non prevede la preparazione preliminare del cosiddetto “letto di semina” tramite lavorazioni primarie e secondarie del suolo, quali tipicamente aratura ed erpicatura. Viceversa, nella semina diretta si effettua un unico passaggio in campo, spesso accoppiando più macchine su un unico telaio, in modo da smuovere il terreno, seminare, fertilizzare ed applicare il geodisinfestante.

Rispetto alla pratica convenzionale, ciò che realmente cambia è la gestione del suolo, che viene lavorato in modo meno aggressivo e a profondità decisamente inferiori. Soprattutto, non si produce solitamente un’inversione degli orizzonti, ma solo un rimescolamento dello strato superficiale; ciò preserva sostanzialmente l’equilibrio fisico-chimico e biologico del terreno, e contestualmente limita la perdita di sostanza organica e di umidità. Grazie alla minima lavorazione (e ancora di più con la non-lavorazione o “zero tillage”), nello strato superficiale si registra spesso un incremento di umidità del 10-15% e oltre. Anche sul piano operativo si registrano tangibili vantaggi. Effettuare lavorazione del terreno, fertilizzazione e semina con un unico passaggio comporta una significativa riduzione dei tempi di lavoro: con le lavorazioni tradizionali, che prevedono la preparazione del letto di semina e la successiva semina articolate in 2–3 passaggi distinti, la capacità operativa tipica è spesso compresa tra 0,8 e 1,2 ha/h. Tale valore non si riferisce alla velocità di una singola operazione, ma deriva dalla somma dei tempi richiesti dalle diverse lavorazioni, mentre una seminatrice combinata arriva facilmente a 1,5–2,5 ha/h, con un incremento di produttività che può superare il 50%. Ciò si traduce in una semplificazione dell’organizzazione dei lavori e in una maggiore tempestività d’intervento. La riduzione dei passaggi in campo si riflette anche nella riduzione del consumo di gasolio: se per seminare in modo tradizionale (dopo aratura ed erpicatura) sono richiesti circa 18-25 l/ha di combustibile, con la semina diretta in combinata invece i valori scendono a 10-15 l/ha, con un risparmio complessivo anche oltre il 30%.

La riduzione dei passaggi comporta senza dubbio minori spese per manodopera, combustibile e usura delle macchine, ma l’investimento iniziale per una seminatrice combinata è significativamente più elevato, considerando che modelli da 3-6 m di larghezza di lavoro hanno prezzi di listino oscillanti tra 40 e oltre 120.000 euro, rappresentando quindi un importante investimento iniziale, se si decide di mutare la strategia di semina. Poiché il seme viene messo a dimora in un suolo non affinato, è fondamentale che le macchine per la semina diretta siano adeguatamente attrezzate per gestire con efficacia il residuo colturale (di qualunque tipo ed entità esso si presenti) per assicurare in tutte le condizioni una corretta profondità di deposizione.

In questa ottica, ci si è di recente indirizzati verso soluzioni innovative, che mirano non solo ad allontanare il residuo dal solchetto di semina, ma anche a sminuzzare il materiale ricorrendo al laser o a getti di acqua ad alta pressione.

Il progresso tecnico. Il protocollo ISOBUS contribuisce efficacemente ad aumentare l’efficienza di lavoro: ad esempio, il “section control (SC)” riduce le sovrapposizioni e aumenta l’uniformità di copertura della superfice del campo, mentre con il “variable rate control (VRC)” è possibile diversificare la densità di semina in funzione di mappe di prescrizione definite in precedenza, con un’aumentata attenzione all’ottimizzazione produttiva.

L’opportunità di passare alla semina diretta dipende anche dal contesto aziendale: per ampie superfici, e soprattutto in uno scenario già orientato alla riduzione delle lavorazioni del terreno, può risultare un’opportunità vantaggiosa, mentre per condizioni pedologiche critiche e ampiezze limitate i benefici economici e operativi tendono a ridursi.

Le semina combinata può avvalersi di diversi livelli di lavorazione del suolo: la minima lavorazione (minimum tillage) prevede il rimescolamento dei primi centimetri di terreno sull’intera superficie dell’appezzamento; nella lavorazione a strisce (“strip tillage”) il suolo viene dissodato solamente nell’intorno delle file di deposizione dei semi, per una larghezza di 15-25 cm, mentre nella non lavorazione (“zero tillage”) di fatto vengono creati solamente i solchetti per la deposizione dei semi, quindi con una disturbo minimale del suolo.

Lo zero tillage (ma anche lo strip tillage) rappresentano quindi le soluzioni adottate di preferenza nell’agricoltura conservativa e ancor di più in quella rigenerativa; in tal caso, le criticità riguardano il successo della germinazione e soprattutto la gestione delle infestanti, da eseguirsi di fatto con il diserbo chimico. Per ottenere performance soddisfacenti, i modelli per la semina diretta sono spesso offerti in molteplici configurazioni, in relazione alle diverse esigenze della lavorazione.

La nuova Terrasem nella configurazione “Fertilizer” dell’austriaca Pottinger rappresenta un esempio significativo di questa categoria di attrezzature: disponibile in larghezze di lavoro tra 3 e 9 m, è provvista anteriormente di un erpice con sistema “wave disk”, in grado di garantire un efficace sminuzzamento del suolo e il taglio dei residui colturali. I coltri di semina ø 380 mm, con pressione sul terreno fino a 120 kg, garantiscono una semina regolare, con una profondità regolabile centralmente dal posto di guida del trattore. Con il pacchetto “Seed complete” è anche possibile regolare a rateo variabile la densità di semina.

La Gigante Pressure rappresenta la soluzione più completa e all’avanguardia nella gamma di seminatrici pneumatiche per semina diretta della Maschio Gaspardo di Campodarsego (Padova). È adatta ad interventi su terreni non lavorati, con larghezze da 4 a 6 m seminando fino a 40 file distanti tra loro 15 o 18 cm. Il telaio pieghevole con attacco a 2 punti di tipo semiportato integra la tramoggia del seme (di capacità variabile tra 1.860 e 2.240 litri, con serbatoio del concime da 980 litri), permettendo di effettuare in un’unica passata semina e concimazione. L’elemento di semina, con coltro a disco dentato da ø 475 mm e pressione al suolo fino a 260 kg, assicura una profondità regolabile entro ampi margini e una deposizione uniforme del seme. Il dosaggio delle sementi e altre funzionalità di precision farming vengono gestite grazie all’azionamento elettrico del dosatore, con protocollo ISOBUS.

La Kuhn Espro (R) è una seminatrice per minima lavorazione che, secondo il costruttore, si caratterizza per il ridotto assorbimento di potenza, grazie a un telaio alleggerito ed a una tramoggia in materiale plastico. La macchina è dotata di ruotini di compattamento pneumatici con costole (ø 900 mm), sfalsati a coppie su due file distanziate di 20 cm, per ridurre la resistenza al rotolamento e assicurare un compattamento uniforme. Due ranghi di dischi ø 460 mm tagliano e interrano i residui colturali, preparando il letto di semina. A seguire c’è l’apparato semina Crossflex, con doppi dischi ø 350 mm sfalsati di 41 mm e pressione al suolo regolabile fino a 120 kg, che garantisce l’apertura del solco a “V” e una regolare deposizione dei semi ad una velocità che può arrivare fino a 17 km/h. Il dosatore universale (con range 1.430 kg/ha) si avvale della gestione ISOBUS per una modulazione a rateo variabile, mentre il sistema Vistaflow integra le funzionalità di tramlining e monitoraggio dell’intasamento, per assicurare la miglior adattabilità alle varie condizioni di minima lavorazione.

La gamma Sicura della MA/AG di Casalbuttano (Cremona) comprende seminatrici in linea per la semina diretta su terreno non o parzialmente lavorato, disponibili nelle versioni pneumatica SSP o meccanica SSM, con telaio fisso o pieghevole per larghezze di lavoro da 3 a 6 m. Si tratta di modelli pensati espressamente per l’agricoltura conservativa, che si avvalgono di configurazioni mirate a limitare il disturbo del terreno e a mantenere rese simili alle semine tradizionali, ma – secondo il costruttore – con costi meccanici ed energetici più bassi.

La versione SSP si avvale di tramogge fino a 2.500 litri di capacità, per la migliore autonomia operativa. La SSM meccanica provvede alla deposizione dei semi tramite rulli, con un dosaggio gestito tramite cambio a camme in bagno d’olio. Su entrambi i modelli, ogni elemento di semina è montato su un parallelogramma ammortizzato e regolabile. Per la formazione del solchetto, si avvale di coppie di dischi dentati/lisci, premuti al suolo con carichi fino a 180 kg, per garantire un’accurata penetrazione nel terreno e una corretta deposizione del seme. Sia sulla SSP che sulla SSM la regolazione della profondità di semina viene realizzata con ruote centrali a regolazione idraulica.


ISOBUS System “Add-ons”

Aumentare la precisione operativa, l’efficienza gestionale dei dati e i livelli di sicurezza sono gli obiettivi principali della moderna gestione dei mezzi agricoli. In passato, ogni costruttore adottava soluzioni proprietarie, caratterizzate da specificità ed univocità per ogni combinazione trattore-macchina operatrice, per cui qualsiasi interscambio trattore-attrezzo era praticamente impossibile.

Oggi invece, con il protocollo ISOBUS è possibile in molti casi gestire con un unico terminale una vasta gamma di attrezzature, a prescindere dal costruttore del trattore, anche grazie alle numerose funzionalità aggiuntive (in inglese: “add-on”) offerte agli utenti come moduli specifici.

Tra le varie opzioni, si segnalano il modulo TC-GEO (Task Controller Geo-based) ed il TC-SC (Task Controller Section Control). Con il primo si acquisiscono dati georeferenziati, visualizzandone la registrazione come mappa di applicazione. Inoltre, è possibile pianificare le strategie di lavorazione in base alla posizione, definendole preliminarmente come mappe di prescrizione. Il TC-SC permette invece di modulare in modo automatico l’erogazione di miscela di una barra irroratrice, di uno spandiconcime o di una seminatrice di precisione, adattandola alla posizione georeferenziata e all’entità della sovrapposizione. Con queste implementazioni si ottengono risparmi del 5-10% del prodotto distribuito in campo, evitando indesiderate sovrapposizioni o fallanze, specie dove il rischio è elevato (ad esempio nella risaia allagata).


La transizione verso la minima lavorazione

Il passaggio dalla lavorazione convenzionale del terreno alle tecniche di minima o non lavorazione comporta un importante mutamento della strategia agronomica che, sebbene a medio-lungo termine sia in grado di assicurare un tangibile miglioramento della fertilità e della resilienza del suolo, vede spesso un calo produttivo iniziale. Si tratta di un andamento osservato di solito nei primi 2-4 anni dall’inizio della transizione, che può variare tra il 5 e il 20% a seconda della coltura praticata, della tessitura del terreno, delle condizioni climatiche e delle lavorazioni eseguite.

Dal punto di vista fisico, il suolo deve "adattarsi" alla mancanza della periodica inversione degli orizzonti, peculiarità dell’aratura: la struttura dello strato superficiale può risultare quindi inizialmente più compatta, limitando temporaneamente lo sviluppo radicale e la disponibilità idrica. Dal punto di vista biologico, la flora microbica e la macro-fauna necessitano di un certo tempo per riadattarsi alle nuove condizioni, portando ad una fase iniziale di rallentamento nei processi di mineralizzazione e decomposizione della sostanza organica. Anche la gestione dei residui colturali superficiali presenti post-raccolta, se non ottimizzata, può causare immobilizzazione temporanea dell’azoto (soprattutto se i residui sono caratterizzati da un alto rapporto C/N, come la paglia dei cereali), rallentando la nutrizione delle colture. Anche il controllo delle infestanti risulta essere più complesso: l’assenza delle lavorazioni preparatorie del letto di semina riduce il contenimento della flora infestante, che richiede strategie integrate di diserbo e un’adeguata rotazione colturale per il suo contenimento.

Le colture più sensibili, come il mais, possono risentire maggiormente del cambio di gestione, mentre i cereali rustici o la soia mostrano una maggiore capacità di adattamento.

Ciononostante, dopo i primi cicli colturali, il sistema suolo-pianta tende a stabilizzarsi: la struttura del terreno migliora, grazie all’attività biologica e all’azione delle radici, la fertilità si arricchisce per l’accumulo di sostanza organica e di umidità e la resilienza agronomica aumenta, con una maggiore capacità di trattenere acqua e nutrienti negli orizzonti di coltivazione, e con una riduzione della variabilità produttiva. La scelta di seminatrici adeguate e una gestione attenta dei residui accelerano il recupero della produttività e i benefici ecosistemici.

Il calo produttivo iniziale è pertanto un fenomeno assolutamente fisiologico e senza dubbio transitorio; una gestione agronomica attenta e opportunamente integrata consente di superare questa fase, portando nel tempo a suoli più fertili, strutturati, resilienti e a un’agricoltura meno depauperatrice dell’ambiente naturale.

Il passaggio dalla lavorazione convenzionale del terreno alle tecniche di minima o non lavorazione comporta un importante mutamento della strategia agronomica che, sebbene a medio-lungo termine sia in grado di assicurare un tangibile miglioramento della fertilità e della resilienza del suolo, vede spesso un calo produttivo iniziale. Si tratta di un andamento osservato di solito nei primi 2-4 anni dall’inizio della transizione, che può variare tra il 5 e il 20% a seconda della coltura praticata, della tessitura del terreno, delle condizioni climatiche e delle lavorazioni eseguite.

Dal punto di vista fisico, il suolo deve "adattarsi" alla mancanza della periodica inversione degli orizzonti, peculiarità dell’aratura: la struttura dello strato superficiale può risultare quindi inizialmente più compatta, limitando temporaneamente lo sviluppo radicale e la disponibilità idrica. Dal punto di vista biologico, la flora microbica e la macro-fauna necessitano di un certo tempo per riadattarsi alle nuove condizioni, portando ad una fase iniziale di rallentamento nei processi di mineralizzazione e decomposizione della sostanza organica. Anche la gestione dei residui colturali superficiali presenti post-raccolta, se non ottimizzata, può causare immobilizzazione temporanea dell’azoto (soprattutto se i residui sono caratterizzati da un alto rapporto C/N, come la paglia dei cereali), rallentando la nutrizione delle colture. Anche il controllo delle infestanti risulta essere più complesso: l’assenza delle lavorazioni preparatorie del letto di semina riduce il contenimento della flora infestante, che richiede strategie integrate di diserbo e un’adeguata rotazione colturale per il suo contenimento.

Le colture più sensibili, come il mais, possono risentire maggiormente del cambio di gestione, mentre i cereali rustici o la soia mostrano una maggiore capacità di adattamento. Ciononostante, dopo i primi cicli colturali, il sistema suolo-pianta tende a stabilizzarsi: la struttura del terreno migliora, grazie all’attività biologica e all’azione delle radici, la fertilità si arricchisce per l’accumulo di sostanza organica e di umidità e la resilienza agronomica aumenta, con una maggiore capacità di trattenere acqua e nutrienti negli orizzonti di coltivazione, e con una riduzione della variabilità produttiva. La scelta di seminatrici adeguate e una gestione attenta dei residui accelerano il recupero della produttività e i benefici ecosistemici.

Il calo produttivo iniziale è pertanto un fenomeno assolutamente fisiologico e senza dubbio transitorio; una gestione agronomica attenta e opportunamente integrata consente di superare questa fase, portando nel tempo a suoli più fertili, strutturati, resilienti e a un’agricoltura meno depauperatrice dell’ambiente naturale.



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