
L'industria agromeccanica in uno scenario economico complesso
Dalla competizione tra Stati Uniti e Cina ai conflitti in Medio Oriente e nell’Europa orientale, le tensioni geopolitiche ridisegnano rotte commerciali, rapporti di forza e strategie industriali, imponendo anche alla meccanica agricola italiana nuove scelte sui mercati globali
L’industria della meccanica agricola ha una forte vocazione all'export ed è presente sui mercati di tutto il mondo, i quali, come noto, assorbono una quota consistente della produzione nazionale, contribuendo in misura determinante all’attivo della bilancia commerciale di settore. Tuttavia, la forte instabilità internazionale sta penalizzando i flussi del commercio globale e sta condizionando anche gli scambi di macchine agricole, in particolare con quei Paesi che tradizionalmente esprimono una forte domanda di tecnologie made in Italy. Le turbolenze del panorama geopolitico hanno indotto i costruttori italiani ad esplorare nuovi mercati e ad avviare iniziative di cooperazione tecnica e commerciale con Paesi dalle grandi potenzialità, vedi quelli del sud-est asiatico, dell’Africa e dell’America. Esplorare prima e concretizzare poi le opportunità di business in contesti alternativi richiede, tuttavia, investimenti considerevoli per la costruzione di reti commerciali, servizi di assistenza tecnica e, talvolta, insediamenti produttivi in loco. Investimenti che, già di per sé rischiosi, possono diventarlo molto di più in uno scenario incerto come l’attuale. Acquisire una conoscenza sempre più approfondita dei Paesi target e delle varabili economica, geografica e politica che possono influenzare il trend dei commerci mondiali, diventa dunque un fattore chiave per migliorare la competitività dell’industria agromeccanica italiana. Il tema, oggi più attuale che mai, è stato al centro della sessione pubblica dell’Assemblea annuale di FederUnacoma, che si è tenuta lo scorso 22 giugno presso il Palazzo di Varignana (Bologna) e che ha visto la partecipazione di Dario Fabbri, analista geopolitico; Federico Fubini, vice direttore del Corriere della Sera e di Massimo Panarari, docente presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e l’Università Luiss ‘Guido Carli’. L’incontro, moderato dal vice direttore di Sky TG24 Alessandro Marenzi, si è aperto con un saluto della presidente di FederUnacoma Mariateresa Maschio. L’interruzione delle catene di valore, l’incremento dei costi delle materie prime, i rincari dell’energia, le difficoltà della logistica – ha ricordato la presidente Maschio – continuano a mettere sotto pressione il comparto della meccanica agricola, soprattutto nei Paesi come gli Stati Uniti, la Germania, il Canada e la Francia, che esprimono una forte domanda di tecnologie ad alta innovazione e che, pertanto, svolgono un ruolo trainante per tutto il settore.
Nel breve e medio termine lo scenario non sembra destinato a cambiare, sicché il quadro economico globale dovrebbe continuare ad essere condizionato dalle tensioni geopolitiche. In questa prospettiva, l’analista Dario Fabbri ha rimarcato come i principali conflitti in atto, quello in Medio oriente e in Europa orientale siano collegati tra loro, inserendosi nella cornice del più ampio confronto tra Cina e Stati Uniti. Quella tra le due potenze è una competizione multidimensionale che implica molteplici terreni di confronto: politico, ideologico, economico, militare. Ma tale competizione assume anche una dimensione marittima, come indicano le operazioni belliche statunitensi contro l’Iran (anche) per la questione dello Stretto di Hormuz o le mire cinesi sull’isola di Taiwan, che rappresentano un ostacolo geografico alla proiezione della potenza cinese oltre lo Stretto di Formosa, verso l’Oceano Pacifico. La guerra contro la Repubblica Islamica, che ad oggi gli USA non hanno vinto, potrebbe trasformarsi per Washington in una sconfitta strategica – ha spiegato Fabbri – poiché la potenza statunitense si fonda sul controllo dei mari ed in special modo sul controllo dei ‘choke points’, stretti e passaggi di mare obbligatori per le rotte commerciali mondiali. Non riuscire ad esercitare tale controllo su Hormuz, uno dei ‘choke points’ più importanti del pianeta insieme con quelli di Bab el Mandeb, Malacca, Panama e Gibilterra, indebolisce il prestigio americano e rischia di scalfirne l’egemonia quale superpotenza.
Se l’impegno bellico sta creando non poche difficoltà agli Stati Uniti, per la Cina il tema più rilevante è quello relativo all’andamento dell’economia che, come ha sottolineato Federico Fubini, sta dando segni di rallentamento. In un quadro caratterizzato da crescenti tensioni e restrizioni commerciali, a preoccupare il governo di Pechino non è soltanto la flessione degli investimenti interni, con particolare riguardo per la loro componente estera, ma – ha spiegato il vice direttore del Corriere della Sera – anche la contrazione dei consumi delle famiglie, come indicato dalla variazione negativa registrata lo scorso mese di maggio. Le difficoltà, insieme strutturali e congiunturali, che stanno frenando la corsa del ‘gigante cinese’ non devono trarre in inganno. La Repubblica Popolare rappresenta ancora oggi per i Paesi occidentali un concorrente agguerrito e aggressivo, potendo peraltro sfruttare sui mercati esteri un vantaggio competitivo formidabile: quello di poter operare, a differenza delle aziende occidentali, senza margini o con margini molto ridotti. Gli incentivi all’internazionalizzazione previsti dal governo centrale o dai governi locali permettono infatti alle imprese cinesi di operare in perdita – il deficit viene colmato con le risorse previste sussidi pubblici – e di guadagnare posizioni oligopolistiche, se non addirittura monopolistiche nei mercati target. A soffrire la concorrenza cinese sono in special modo i Paesi manifatturieri europei. Messo sotto pressione dall’aggressività commerciale cinese (oltre che dalle politiche tariffarie dell’amministrazione statunitense), il ‘vecchio continente’, che ha perso il vantaggio competitivo dato dalle produzioni di alta tecnologia, non ha molte opzioni strategiche per rispondere alle sfide che vengono da Oriente. Non lo è di certo la prospettiva di uno scontro diretto, come dimostra l’esperienza degli Stati Uniti, che la loro guerra commerciale con la Cina l’hanno sostanzialmente persa. Scartato lo scenario di una contrapposizione aperta, rispetto alla quale la Repubblica Popolare potrebbe mettere in campo diverse tipologie di misure ritorsive (vedi, ad esempio, il blocco delle terre rare), l’Unione Europea potrebbe invece puntare un percorso negoziale – come ha suggerito il vice direttore del Corriere della Sera – aprendo alcuni settori al libero scambio, dietro il riconoscimento da parte di Pechino di specifiche garanzie commerciali a tutela delle imprese europee.
Le turbolenze che in questi anni stanno segnando lo scenario globale non riguardano soltanto le relazioni tra gli Stati poiché chiamano in causa anche linee di fratture all’interno degli stessi Stati. C’è, insomma, un tema legato alla crisi delle forme e delle formule della rappresentanza, che – ha detto Massimo Panerari – non nasce oggi, ma è conseguenza di un processo che inizia nella seconda metà del secolo scorso e che accelera con l’applicazione delle tecniche e delle finalità dello storytelling al marketing politico. Questa, secondo il docente della Luiss, è l’architrave su cui poggia il populismo. La crisi della rappresentanza si è poi intrecciata con altri fenomeni, quali – ad esempio – la mobilitazione cognitiva conseguente all’istruzione di massa degli anni Sessanta. L’acquisizione di un livello di competenze più elevato ha però indebolito la funzione di intermediazione svolta dagli organismi di rappresentanza. Parti politici, sindacati, associazioni e istituzioni che sino ad allora erano stati punto di riferimento per la comprensione della realtà e che avevano svolto una funzione di indirizzo dei comportamenti politici e sociali, perdono tali prerogative. La mobilitazione cognitiva permette a ciascuno di dare in maniera del tutto autonoma un significato quanto accade nel mondo, facendo quindi venir meno la necessità di ricorrere a mediatori di senso. I territori abbandonati dalla rappresentanza vengono occupati dalla comunicazione, mentre i partiti politici finiscono per perdere quella che un tempo era la loro base sociale. Oggi tale fenomeno è esasperato dalle tecnologie digitali, le quali – ha affermato Panerari – producono una spinta ipernarcisistica e ipersoggettivizzante, e con essa l’illusione dell’onniscienza.
Lo scenario che si presenta alle aziende agromeccaniche è dunque estremamente complesso, giacché presenta linee di fratture riferibili non soltanto alla macrodimensionale statuale ma alla microdimensione sociale, a livello di rapporti individuali e di microgruppi. In tale contesto, per vincere la sfida di una competizione sempre più serrata, i costruttori di macchine agricole debbono affinare la capacità di comprendere i trend socio-economici ed essere in grado di anticipare le mosse dei concorrenti, reagendo tempestivamente a quei mutamenti di scenario che si presentano con sempre maggior frequenza.









