
Africa orientale: esportazioni e requisiti di conformità
Gli otto Paesi che aderiscono all’ East African Community offrono interessanti opportunità di business, specie nel settore agro-industriale. Tuttavia, i costruttori italiani che intendono presidiare questi mercati debbono rispettare rigorose prescrizioni normative
In questo numero si focalizza l’attenzione sul tema della regulatory compliance, vale a dire sulle procedure e sui controlli che le aziende debbono seguire per esportare merci nei Paesi extra UE. Lo facciamo attraverso il caso della East African Community (EAC), Organizzazione Intergovernativa Regionale a cui aderiscono otto Paesi: Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Rwanda, Somalia, Sud Sudan, Uganda, e Tanzania, dove ha la sua sede (Arusha). L’EAC è solo una delle Comunità Economiche Regionali che caratterizzano l’Africa (ECOWAS, UEMOA, COMESA, SADC) e la sua missione principale è quella di favorire l’integrazione tra gli Stati della regione.
Si è scelta la EAC perché è caratterizzata da un settore agricolo che impiega oltre metà della popolazione e che ha una forte necessità di input tecnologici, finalizzata anche a dare ulteriore spinta alla crescente esportazione di prodotti alimentari (ortofrutticoli, ad esempio).
L’EAC si presenta come un solido aggregato doganale – Single Customs Territory – che ha di recente promosso una riduzione delle tariffe interne per favorire gli scambi fra i Paesi membri. Pur avendo alcuni Paesi in comune, è bene precisare che la EAC non coincide con il COMESA, Mercato Comune dell’Africa Orientale e Meridionale.
Regulatory Compliance e conformità del prodotto. Uno degli elementi di maggiore complessità nell’export verso i Paesi dell’East Africa è costituito dal processo di certificazione dei prodotti in ingresso. In questa sezione riportiamo anche quanto emerso in un approfondimento fornito ai suoi clienti globali dalla SGS (Société Générale de Surveillance S.A.), multinazionale svizzera specializzata nei servizi di ispezione, verifica, analisi e certificazione. Il tema centrale è la conoscenza ed il rispetto dei requisiti di qualità, sicurezza, regolarità formale che i Paesi EAC richiedono per l’ingresso di merci estere. In questa prospettiva la regulatory compliance prevede una verifica di conformità – il Product Conformity Assessment (PCA) – che, se positiva, consente di ottenere il rilascio di un Certificate of Conformity (CoC) obbligatorio per l’espletamento delle pratiche doganali d’ingresso nel Paese.
È opportuno sapere che gli otto Paesi appartenenti all’EAC si sono dotati in questo campo di standard regionali comuni – East Africa Standards – con la possibilità di ottenere una EAC Ready Certification che non elimina la necessità di un CoC per singolo Paese, ma ne facilita il processo e sul piano commerciale agevola l’ingresso su questi mercati. Il Product Conformity Assessment è un processo che tiene conto innanzitutto della gerarchia degli standard richiesti, con al primo posto quelli locali, seguiti dai regionali e quindi da quelli riconosciuti a livello internazionale (quali ISO e IEC). Le attività connesse al rilascio del Certificate of Conformity possono andare da esami di laboratorio al testing, da ispezioni sul prodotto a quelle in situ presso la fabbrica produttrice. Il processo di rilascio del CoC è pressocché comune ai vari Paesi e si struttura in quattro fasi: Application, Verification, Inspection, Certification.
La Certification Route varia in base alla tipologia di esportatore verso il Paese ECA: occasionale, abituale (di prodotti omogenei) o certificato a livello locale ed internazionale. Per ciascuna categoria è prevista una procedura, una ‘Route’ dedicata. Per i primi – Route A – non sono possibili registrazioni anticipate e di fatto le transazioni sono sottoposte obbligatoriamente ad ispezioni e testing. La Route B (esportatore abituale) prevede registrazione e certificazione, mentre nella Route C sono compresi produttori esteri con certificazione di processo e una fast track per l’importazione.
Si può fare un’esemplificazione del processo facendo riferimento alla Tanzania. Qui la richiesta di Certificazione CoC è necessaria per tutti i prodotti regolamentati e comunque di importo superiore ai 5.000 USD. L’ispezione è prevista per tutte e tre le tipologie. Tuttavia, mentre per la Route A la verifica viene condotta per ogni transazione, per la Route B è ogni 3 mesi e per la Route C ogni 6 mesi. I costi sono stimati sul valore Free on Board (Franco a Bordo) – vale a dire sui costi calcolati sino al carico della merce sulla nave nel porto di partenza – fra uno 0,25% ed uno 0,50%, che non include eventuali reinspections, campionature su bulk shipping (merci non imballate, caricate direttamente nelle stive o nelle cisterne delle navi), e test di laboratorio.
L’insieme di attività/servizi necessari per verificare la regulatory compliance nell’import export di merci è spesso incluso nei cosiddetti Trade Facilitation Services offerti dalle società specializzate. In questa materia bisogna fare particolare attenzione a possibili cambiamenti nelle regole e nelle normative. Uno recente ed importante ha riguardato le spedizioni dall’Europa al Kenya, che sono ora soggette ad ispezione all’arrivo. Ciò comporta che spedizionieri e società di servizi di certificazione non siano più in grado di rilasciare un CoC prima dello shipment dei beni dall’Europa.
Una prima idea delle problematiche da affrontare si può avere consultando il sito EAC (www.eac.int) – sezione Custom – che tratta vari aspetti: ruolo del Custom Agent, magazzini doganali, export processing zones (EPZ).
Rapporti Italia – East African Community. Se il rispetto della regulatory compliance prevista in questi mercati è un elemento chiave – e una condizione necessaria per l’accesso – la scelta delle potenziali destinazioni non può non tener conto delle politiche del nostro Sistema-Paese. In un recente numero della pubblicazione intitolata Diplomazia Economica Italiana, il MAECI ha confermato l’interesse dell’Italia per l’Africa Orientale, un’area che ha mostrato una ‘notevole solidità’ nell’attuale contesto, e che ha espresso un tasso di crescita economica nel 2025 del 6,6%, con stime interessanti per il biennio 2026 (+5,9%) - 2027 (+6,4%).
Nella considerazione sui diversi Paesi EAC la prima osservazione è che quattro di loro sono inclusi nel Piano Mattei: Kenya, Tanzania, Ruanda, Repubblica Democratica del Congo. Sul Kenya, come emerso dal Forum Imprenditoriale Italia – Kenya tenutosi a Roma lo scorso 20 aprile, si registra un’attenzione particolare perché il Paese punta a diventare un hub logistico, finanziario e tecnologico per l’intera Africa Orientale. Ciò anche grazie al sistema portuale Mombasa – Lamu, che costituisce un punto di approdo essenziale per altri Paesi della regione. L’interscambio Italia Kenya è significativo: nel 2025 le nostre esportazioni hanno superato i 159 milioni di euro (con una quota di mercato pari allo 0,7 %) con una importante componente di macchinari industriali, ed apparecchiature elettriche, mentre le importazioni hanno raggiunto i 121 milioni di euro, generati in special modo da oli vegetali, te, caffè, fiori recisi, piante, frutta e ortaggi. Guardando ai settori che possono essere d’interesse per i lettori di Mondo Macchina, l’economia del Kenya vede un ruolo centrale dell’agricoltura, prima voce dell’export con caffè, te e ortofrutta e con importanti investimenti per l’industrializzazione e la digitalizzazione. Obiettivi sfidanti sono anche quelli assegnati alla rigenerazione del sistema forestale. Per le imprese interessate sarà utile monitorare le azioni nel quadro del partenariato strategico (Piano Mattei) e del Piano d’azione Italia Kenya 2026-2029.
L’importanza del mercato della Tanzania è testimoniata dalla robusta crescita del PIL (+6% nel 2025) e dalle ulteriori prospettive di consolidamento per il 2026. La Tanzania è il primo partner commerciale dell’Italia nell’area EAC. Il sito SACE lo indica come 104° mercato di destinazione per l'export italiano, l’ottavo nell’Africa subsahariana. Il Paese rappresenta lo 0,9 % del nostro export (178,2 milioni nel 2025), mentre l’import ha sfiorato i 240 milioni. Come il Kenya anche la Tanzania dispone di un porto – Dar es Salaam – strategico per rifornire Uganda, Ruanda, Burundi, Repubblica Democrativa del Congo, Zambia, e Malawi.
Pur con alcune criticità logistiche, il Ruanda presenta interessanti opportunità per le imprese italiane, specie nel campo dell’agroindustria e della trasformazione alimentare. Tra le caratteristiche del Paese, una riconosciuta stabilità politica e propensione ad agevolare gli investimenti esteri sono le principali attrattive del Paese. Gli attuali valori dell’interscambio – 15,7 milioni per le esportazioni dall’Italia e 23,2 milioni per le importazioni – presentano margini di crescita. A fine luglio il Paese è stato ammesso nell’Enterprise Europe Network, una rete che ha tra i suoi obiettivi quello di favorire l’internazionalizzazione delle imprese.
Un altro possibile target per i costruttori italiani è rappresentato dall’Uganda, non solo perché è il terzo cliente italiano dell’area EAC con 91,5 milioni di beni e servizi importati, ma anche in considerazione del suo inserimento in importanti piani di cooperazione internazionale. Qui ci limitiamo a segnalare le attività di UNIDO ITPO (Investment and Technology Promotion Office dell’United Nations Industrial Development Organization) con sede a Roma. L’ITPO Italy ha avviato, anche per l’Uganda, programmi specifici di sviluppo industriale in settori in cui l’Italia eccelle, tra i quali macchinari agricoli, food processing, ittico, agritech e food innovation. L’Uganda si distingue inoltre per una attiva Free Trade Zone UFZEPA, potenziale piattaforma per operare a livello regionale.
Controversie commerciali e sistema finanziario locale. Opportunità e criticità nel proporsi sui mercati dell’East Africa Community suggeriscono qualche considerazione sulle modalità di risoluzione delle controversie ed uno sguardo al sistema finanziario. Sul primo aspetto uno state of the art è venuto dalle relazioni presentate all’Italian Arbitration Day organizzato lo scorso giugno dalla Camera Arbitrale di Milano (CAM) e dall’Associazione Italiana per l’Arbitrato (AIAl), annuale appuntamento dedicato all’Arbitrato Internazionale. In tale occasione è emerso come l’attuale scenario del commercio globale abbia acuito la legal disruption dovuta ad un sempre più ampio venir meno delle regole (e prassi) del commercio internazionale. In questo contesto molte imprese hanno deciso di inserire la clausola arbitrale nei contratti con le controparti estere, anche extra UE. I dati forniti da CAM evidenziano infatti per il periodo 2020-25 una forte crescita in numero e volume dei procedimenti, con ben 198 nuovi procedimenti attivati nel 2025 per un valore totale 1,9 miliardi di euro. È cresciuto il peso delle controparti extra UE – ormai stabile oltre il 5% del totale – e con una presenza importante di Paesi asiatici del Golfo, ma anche dell’Africa (tra cui Marocco, Egitto e Namibia).
A margine degli incontri le imprese presenti hanno mostrato, proprio per il nuovo contesto e la “fragilità” delle regole tradizionali, di apprezzare il ricorso all’arbitrato internazionale per le caratteristiche che lo distinguono dal giudizio di fronte alle corti nazionali: tempistica ridotta e maggiormente stimabile, decisioni di norma non appellabili, competenza e neutralità dell’arbitro, procedure flessibili e confidenziali, riconoscimento della sentenza negli oltre 160 Paesi che hanno ratificato la Convenzione di New York del 1958 (a cui sei Paesi dell’EAC hanno aderito).
Passando al sistema finanziario e bancario – elemento non secondario nella valutazione dei rischi – esso poggia su tre livelli: primarie banche nazionali (come KCB Bank in Kenya o Bank of Kigali in Ruanda), gruppi bancari africani (es. Stanbic, Ecobank o ABSA) e gruppi internazionali come Citibank o Standard Chartered con storiche relazioni in Africa. Un sistema che in questa Area, come in altre dell’Africa, presta grande attenzione alla digitalizzazione dei pagamenti crossborder, come testimonia la tre giorni organizzata ad inizio agosto a Kigali dall’ International Trade Center e dall’East African Community Secretariat proprio su questo tema.
Un’occasione per approfondire le tematiche finanziarie può essere la partecipazione ad eventi internazionali dedicati, magari associati ad una missione in loco, come GTR EAST AFRICA (Nairobi 12-13 Maggio 2027) e GTR AFRICA Londra (12 novembre 2026) organizzati dalla rivista leader nel settore del Trade Finance, GTR Global Trade Review. Ma il passaggio principale rimane la consultazione della propria Banca e di SACE per identificare le controparti bancarie preferenziali e le possibili coperture dei rischi. Un bagaglio informativo che sarà utile avere fin dalle prime fasi negoziali con le controparti locali.









