
Il Sud-est Asiatico nel nuovo scenario del commercio globale
Dalla Malesia alle Filippine, da Singapore all’Indonesia fino alla Thailandia ed al Vietnam, i sei Paesi chiave dell’ASEAN sono un importante hub manifatturiero e uno snodo essenziale nella supply chain globale. Le opportunità di business per le aziende italiane
L’area mercato di cui Mondo Macchina si occupa con questo focus è costituita dai Paesi dell’Association of Southeast Asian Nations (Asean). Degli undici mercati nazionali che ne fanno parte – Brunei, Cambogia, Timor Est, Laos, Myanmar, Malesia, Filippine, Singapore, Indonesia Thailandia, Vietnam – una particolare attenzione viene dedicata agli ultimi sei, i più interessanti per dimensioni e struttura economica. D’altro canto, lo stesso Piano d’Azione per l’export italiano, varato lo scorso aprile dal MAECI, indica, come target l’Area Asean e come Paesi su cui focalizzare l’azione Thailandia, Vietnam ed Indonesia. La regione del sud-est asiatico svolge tradizionalmente il ruolo di hub manifatturiero e di snodo essenziale nella supply chain globale di molte multinazionali americane ed europee. I recenti sviluppi geopolitici – dalla guerra tariffaria a quella delle sanzioni economiche unilaterali – sono visti con grande preoccupazione dai Paesi della regione ma anche come un’opportunità per ridisegnare il ruolo dell’area nel commercio globale. Le prime reazioni sono state di vario tipo: dall’accelerazione dei negoziati per accordi di libero scambio con altri Paesi (quindi diversificazione dei partner commerciali) all’attuazione di misure di ritorsione. In generale si può osservare – un po’ come avvenuto per l’India – che le nazioni del sud-est asiatico stanno cercando di sviluppare una politica commerciale multipolare, finalizzata ad ampliare la gamma degli interlocutori commerciali. Questo approccio, che offre importanti opportunità di business anche alle imprese italiane, è esplicitamente rivendicato non solo dall’India ma anche dal Vietnam con la sua “bamboo diplomacy” e dall’Indonesia con la bebas-aktif (independent and active) policy. In tale scenario i Paesi Asean stanno perseguendo – più di quanto finora si fosse fatto ed in presenza anche di vedute differenti in tema di dazi – una politica commerciale di rafforzamento dei legami intraregionali. Ne è una riprova lo statement che definisce l’ultima edizione dell’Asean Business and Investment Summit di Kuala Lumpur (25-26 ottobre 2025) intitolato Unifyng Markets for Shared Prosperity. Anche questo trend è di grande interesse per le nostre imprese per le quali – come vedremo meglio più avanti – un approccio commerciale di tipo regionale (piuttosto che focalizzato su un unico partner della regione) può risultare più efficiente e produttivo. Alcuni eventi recenti sono utili per comprendere l’evoluzione appena descritta. Le nazioni Asean, a seguito delle nuove politiche tariffarie degli USA, hanno ridato slancio al negoziato del China–ASEAN Free Trade Area 3.0 agreement, conclusosi positivamente lo scorso ottobre. L’agreement è finalizzato anche ad intercettare la strategia "China Plus One" adottata dalle multinazionali. In base a tale strategia, le imprese multinazionali che producono in Cina puntano ad essere presenti anche in un altro Paese asiatico, spesso del Sud Est. Restando sul piano delle collaborazioni internazionali, il 2025 ha visto, nel mese di maggio, un evento speciale: il summit tra l’ASEAN, la Cina ed il Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo (il GCC, che riunisce Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman) che ha segnato l’inizio di una partnership economica fra le tre regioni. Al gennaio risale l’adesione formale dell’Indonesia al gruppo dei BRICS, finalizzata – come confermato da autorevoli centri di analisi – non tanto ad un riavvicinamento politico a Cina o Russia, quanto ad un consolidamento dei rapporti economici con i diversi blocchi. Un ultimo aspetto che vale la pena di sottolineare è l’effetto globale delle diverse significative restrizioni al commercio internazionale che si sono verificate nel corso dell’anno appena passato. Uno studio di Allianz Trade realizzato lo scorso novembre stima che l’impatto di queste restrizioni (tariffarie, barriere non tariffarie e sanzioni) abbia interessato merci per un valore complessivo di 2,7 trilioni di dollari, circa il 20% del totale delle importazioni. Il report stima conseguenze sulla crescita del commercio globale, che nel 2025 dovrebbe fermarsi al 2%, per frenare ulteriormente nel 2026 (+0,6%). Secondo le previsioni degli analisti, il 2027 dovrebbe registrare una ripresa del valore degli scambi (+1,8%), che dovrebbe comunque crescere ad un ritmo inferiore a quelli degli scorsi anni. Le variabili alla base di questo trend sono legate non soltanto alla guerra dei dazi, ma anche all’acuirsi delle tensioni geopolitiche ed all’aggravarsi della crisi climatica. A titolo di esempio si possono citare gli attacchi Houthi che hanno messo in crisi le rotte commerciali che transitano per il Golfo di Aden ed il Mar Rosso, oppure l’abbassamento del livello dell’acqua nel Canale di Panama con conseguente congestione del traffico. Per le imprese si è dunque posto un tema di reset delle supply chain fisiche e di trasporto, con un aumento dei costi ed in alcuni casi dei tempi di trasporto. È però interessante osservare come il report di Allianz, che redige un ranking annuale dei next generation trade hubs, nel 2025 collochi ai vertici di questa speciale classifica proprio quattro Paesi asiatici. In posizione di leadership si confermano gli Emirati Arabi, seguiti dal Vietnam – che sorpassa la Malesia (terza) – e dall’Arabia Saudita.









